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Amerika 2010, la Campagna delle Campagne

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"Una settimana lunga una vita..."

Mercoledi 14 Aprile 2010
La Campagna di tutte le Campagne inizia alle ore 06:45 di Mercoledi 14 Aprile 2010.
I due gruppi, che poi si uniranno in uno solo, sono così composti: il gruppo proveniente da Varese con Alessandro "Quantum" ed il novellino ancora senza Nickname Danilo, poi c'è il gruppo dei veterani di tutte le Campagne del Kampfgruppe con Marco "Flieger" e Daniele "Sabot". Appuntamento sotto casa di Danilo alle ore 07:00, caricamento dei bagagli ed alle ore 08:30 siamo sotto casa di Sabot a Cassano Magnano, dove ci raggiungerà il nostro sommo Comandante, Stratega e Pianificatore Flieger. Alle ore 08:30 spaccate compare il nostro Hauptsturmführer e si parte per Malpensa.
Parcheggiamo l'auto di Flieger al Crew Briefing Center Alitalia quindi, tramite l'autobus intercampo, andiamo al Terminal 1 per iniziare le procedure di imbarco.
Arrivati al Check-in sorge il primo problema. Mentre Marco viaggia con un biglietto per dipendenti, i biglietti di Danilo, Daniele ed il mio sono frutto di una promozione legata al dipendente-navigante e, non essendo dei biglietti normali, non sono inseriti nel sistema automaticamente, ma seguono una procedura diversa. L'impiegata evidentemente non conosce tale procedura e la vediamo arrabattarsi con la tastiera del terminale scuotendo il capo e dicendo che non trova la nostra prenotazione.
Il panico si legge nei nostri occhi, ma Marco, che conosce i suoi polli, suggerisce alla fanciulla cosa fare ed alla fine i nostri numeri di biglietti sono inseriti nel sistema e finalmente la Campagna ha inizio con la stampa della carta d'imbarco per il volo AZ604 da Milano Malpensa (MXP) a New York John F. Kennedy (JFK), con partenza prevista alle ore 12:20. Passato il varco di sicurezza ci avviamo al Gate di partenza dal quale si vede il Boeing 767 che ci porterà negli States dopo otto ore di volo.
Il volo procede tranquillo, tutto l'equipaggio conosce Marco, che si muove agevolmente per l'aeroplano come fosse a casa sua. Per tutto il volo le Hostess ci viziano e ci coccolano: non potremo mai dimenticare i visi e la simpatia (e qualcos'altro…) di Barbara, Valeria, Linda e Biruta e per Daniele quel busone del Responsabile dei Servizi di Bordo Luca…
La visita in Cockpit al Comandante Andrea M. ed al Primo Ufficiale Giacomo F. è una tappa obbligata, i quali ci mettono subito a nostro agio, ci concedono le foto di rito, ci illustrano la rotta che stiamo seguendo ed anche qualche piccola nozione di navigazione e strumenti. L'emozione per un momento così unico è francamente tanta.
Raggiungiamo l'altra sponda del "Fosso", come lo chiamano i Piloti, sul Newfoundland, Canada, del quale vediamo ben poco perchè è coperto dalle nuvole. Dopo circa un'ora entriamo finalmente negli Stati Uniti, sul Maine, attraversando il New England fino a sorvolare Boston che vediamo distintamente visto che il tempo è nettamente migliorato.
Tra il Massacchussets e New York c'è il Connecticut e in Connecticut c'è Groton, la principale base della Flotta Subacquea Atlantica della US Navy dove due sottomarini ormeggiati, credo Classe Los Angeles, ci danno il benvenuto.
Sorvoliamo Long Island in discesa e finalmente atterriamo al JFK. Sabot ed io tocchiamo per la prima volta il suolo americano e l'eccitazione è incontenibile.
Controlli di rito della US Border Police con conseguente visto di ingresso sul passaporto, rilevazione delle impronte digitali, domande sullo scopo del viaggio e raggiungiamo l'equipaggio Alitalia che ci ospita sul proprio pullman per un passaggio a Manhattan.
Dopo aver attraversato l'East River nel Midtown Tunnel sbuchiamo nella selva di grattacieli e poco dopo arriviamo all'hotel dell'Alitalia. Salutiamo l'equipaggio e prendiamo un taxi per portarci al nostro albergo sulla 38th Street angolo 11th Avenue. Il taxista è greco con un'auto ibrida benzina-elettrica che, rispetto ai Ford, GMC, Pontiac e Chrysler che vediamo intorno a noi, sembra da poveri sfigati…
Una volta registrati in albergo prendiamo possesso delle camere: Flieger ed io in una stanza, Sabot ed il pivello nell'altra e rimarremo così disposti per tutta la Campagna. Il tempo di una rinfrescata e ci avventuriamo per le strade di Manhattan, lungo la 42nd Street, una delle principali arterie est-ovest.
Vista la nostra comune passione, entriamo in un negozio di articoli militari: la tentazione di fare acquisti è tanta, ma anche il caos che regna nel negozio, così desistiamo e continuiamo la nostra passeggiata verso Times Square.
Lungo la strada facciamo un incontro interessante, il primo di una lunga serie. Un poliziotto a cavallo in alta uniforme posa per i turisti nella zona dei teatri. Chiediamo di scattare qualche fotografia e lui, sentita la nostra pronuncia poco yankee, capisce che siamo italiani ed inizia una conversazione in quello strano idioma italo-americano tipico degli emigranti di origine italiana. La targhetta porta-nome del poliziotto riporta la scritta "Corvino": lui è nato a New York, ma i suoi genitori sono di Salerno.
Con quella irresistibile voglia di parlare nella lingua natia caratteristica di chi è lontano dalla Patria d'origine, si sofferma piacevolmente a chiacchierare con noi e le foto abbracciati all'amico "Brockolino" congelano il momento a futura memoria.
Ma le emozioni non finiscono certo qui. Dopo una svolta lungo la Broadway arriviamo in uno dei luoghi più belli e tipici di New York, il "Crocevia del Mondo", Times Square.
La foto davanti all'ufficio di arruolamento nelle Forze Armate americane (US Army, US Navy, US Marine Corps e US Air Force) con alle spalle una gigantografia dello "Zio Sam" che dice la famosa frase "I want you", è d'obbligo.
Scendiamo "Downtown" lungo la 6th Avenue, the Fashion Avenue, la via dei negozi di moda, per goderci l'incredibile atmosfera con lo sguardo sempre rivolto verso l'alto per ammirare i grattacieli di Manhattan, fino alla 23rd Street dove decidiamo di andare a cena in una caratteristica Steakhouse americana, Outback. Il ristorante è consigliato da Danilo che si rivelerà un ottimo conoscitore degli usi e costumi degli States.
La tipica cena americana è a base di bistecca e patatine fritte, con un antipasto di Bloomin' Onion, una cipolla grossa come un melone, fritta ed affogata in una salsa piccante. Il tutto affogato da diversi boccali di birra gelata con la quale brindiamo al Kampfgruppe.
Dopo cena ci avviamo a piedi verso l'albergo, ma non prima di passare di fronte al celebre Madison Square Garden. C'è anche un po' di tempo per una visita da Borders, una fornitissima libreria con una sezione storica ed aeronautica che è uno spettacolo.
Stanchi per la passeggiata, appesantiti dalla cena ed intontiti dal fuso orario raggiungiamo finalmente l'agognato riposo dove non fatichiamo a prendere sonno. La prima giornata in terra americana termina con il cuore pieno di emozioni.

Giovedi 15 Aprile 2010
Alle ore 07:00, ora locale dell'East Coast, Flieger sveglia tutto il gruppo prendendo a calci porte e letti, anche questa è una vecchia tradizione del Kampfgruppe (ma Flieger non dorme mai?). Assaltiamo il buffet della colazione all'urlo "non si fanno prigionieri", specialità che ci riesce benissimo, e nei vassoi non rimane quasi più nulla. Il programma è intenso, ci aspetta Ground Zero, l'Intrepid Sea, Air & Space Museum e, nel pomeriggio, il trasferimento in volo a Chicago.
Prendiamo un taxi che ci porta dove una volta sorgevano le Twin Towers sul quale ci capita un episodio davvero curioso, tipico del rigore americano, a volte un po' ingenuo. Durante il tragitto il taxista, di chiare origini musulmane, sorpassa uno School Bus fermo e con le luci di segnalazione accese, impegnato a far scendere i bambini. La cosa non passa inosservata agli uomini della Metropolitan Police che controllano l'incrocio.
Il poliziotto, che sulla targhetta identificativa porta il nome di chiare origini ariane "Ausberger", ferma il taxi, chiede i documenti del caso e, cosa curiosa, parla guardandosi intorno e mai direttamente il conducente, tenendo la mano destra sul calcio della pistola.
Si allontana per le verifiche, poi ritorna con la multa da notificare al conducente. Il taxista chiede spiegazioni, ma Ausberger blocca ogni contestazione dicendogli del sorpasso dell'autobus scolastico che gli costa una multa di 150 $ e 4 punti della patente e lo liquida con una frase che chiarisce esattamente che non c'è possibilità di commuoverlo: "Drive safely, have a nice day, goodbye!" Ausberger sarà il nostro eroe per tutta la Campagna…
Il taxista rimette in moto brontolando, allora Flieger chiede dei chiarimenti. Ci spiega che non è tanto la multa a preoccuparlo, quanto la perdita dei punti della patente. Negli Stati Uniti ogni cittadino ha 12 punti sulla patente e non sono incrementabili: persi questi ti ritirano la patente e non puoi più guidare e per un taxista significa anche il ritiro della licenza e la perdita del lavoro.
Ci confida inoltre che vi è una specie di braccio di ferro tra le ditte di taxi ed il New York Police Department. Immaginiamo di conoscerne il motivo, tutto il mondo è paese…
Danilo ci fa presente che il fatto ha di per sé un riflesso tipicamente americano e patriottico, anche se un po' ingenuo: il sorpasso di uno School Bus è un fatto grave perché in caso di incidente il malcapitato di turno ha compiuto un atto grave nei confronti del "Futuro dell'America", rappresentato appunto dai bambini, oltre all'incidente in sé.
Finalmente arriviamo a Ground Zero, non c'è più la voragine dell'11 Settembre 2001, ma un cantiere in piena attività. Esaminiamo i cartelloni che descrivono i nuovi edifici che sorgeranno al posto delle Torri Gemelle e della fontana che sorgerà in ricordo dei caduti. L'emozione è tanta quando vediamo un bassorilievo in bronzo che ricorda l'evento ed una croce costruita con le travi di ferro delle Torri.
Questo evento apre una discussione tra noi su come sia stato possibile che le Torri siano crollate solamente a causa di un incendio. Se ci fosse stato Sepp "il Teorico" ci avrebbe illuminato sulla "Cospirazione globale". A voi i dubbi del caso.
Lasciamo Liberty Plaza per una passeggiata lungo la Broadway, il viale dove sono sfilate le celebrità del mondo intero e dove si festeggiano i grandi personaggi americani. Stampati nel marciapiede leggiamo le targhe con i nomi degli astronauti delle missioni Apollo, Presidenti e Capi di Stato, Papa Giovanni Paolo II, i nomi delle squadre di Baseball, Basket e Football vincitrici dei relativi campionati ed altri ancora, l'elenco è lungo.
Attraversiamo Canal Street e siamo a Little Italy. Tranne qualche insegna in italiano, il quartiere non mostra più le caratteristiche tipiche dei film di Robert De Niro e di Al Pacino, la maggior parte delle attività sono ora in mano ai cinesi. Sembra insomma che la vecchia Little Italy sia stata assorbita da Chinatown.
Sono le 09:30 ed è ora di prendere un altro taxi per andare all'Intrepid. Giusto per informazione, chi dovesse recarsi a New York sappia che il taxi è comunque il mezzo di trasporto più comodo ed economico per muoversi attraverso la caotica città.
Dopo aver pagato i biglietti e passato i controlli del metal detector, facciamo una corsa per raggiungere il Ponte di Volo ed anticipare così una scolaresca alle nostre spalle: vogliamo avere la Portaerei tutta per noi!
A velivoli tipicamente navali come Cougar, Crusader, Demon, Intruder, Phantom, Sea King, Sky Knight, Tiger, Tomcat, Tracker, Harrier e Sea Cobra dei Marines, Scimitar e Super Etendard (seppure non americani) se ne affiancano altri che con le portaerei non hanno nulla a che fare come Blackbird, Fagot, Farmer, Fighting Falcon, Fishbed, Kfir ed un Macchino delle Frecce Tricolori.
Sul Flight Deck facciamo conoscenza con un personaggio molto particolare: Sam Folsom è un anziano veterano, molto arzillo e lucido peraltro, che dedica il tempo libero come guida volontaria sulla Portaerei. Fin qui nulla di strano se non fosse che il signore in questione è il Maj. Samuel B. Folsom Jr, Pilota del Marine Corps Aviation e Comandante del VMF(N)-533 Nighthawks durante la World War II, per poi essere trasferito al VMF(AW)-542 durante la Korea War. Il Maj. Folsom ha volato sul Grumman F6F-3N Hellcat, Grumman F7F-3N Tigercat, Douglas F3D-2 Skyknight e F4DF-6 Skyray ed è stato imbarcato sulle Portaerei CVE-1 Long Island, CV-20 Bennington e CV-39 Lake Champlain.
I luoghi dove ha combattuto, tutti nomi leggendari per noi appassionati di Storia militare, sono le piste (chiamarli aeroporti è un po' eccessivo...) del Fronte del Pacifico di Guadalcanal, Engebi, Eniwetok, Saipan, Yontan, Ie Shima e Okinawa. Dopo la WWII ha operato da Peiping (China) e durante la Korea War da Kimpo e Pohang. Infine, il Maj. Folsom è accreditato di una vittoria in combattimento aereo più due probabili.
Alla parola Marines ed al cospetto di un tale guerriero, Sabot si scioglie sul Ponte come neve al sole… Chiacchieriamo un po' con il veterano che ci invita nell'Hangar al termine della visita per consegnarci delle brochure e del materiale sulla Portaerei.
Entriamo nell'Isola e, salendo ripide scale, raggiungiamo il Ponte di Comando ed il Ponte Controllo Voli. Attraverso corridoi che sembrano un vero labirinto, scendiamo verso l'Hangar Deck dove sono perfettamente conservati alcuni degli aeromobili effettivamente imbarcati sulla CV-11 Intrepid nel corso della sua lunga carriera quali TBM Avenger, Piasecki HUP-2, FJ-3 Fury e A-4 Skyhawk ed altri interessanti oggetti quali il "Meatball", la polpetta, il sistema ottico di avvicinamento e due grossi modelli in scala 1:100 che rappresentano l'Intrepid al tempo della Seconda Guerra Mondiale con il ponte diritto in legno e negli anni '60 con il ponte angolato in acciaio.
Infilandoci in ogni compartimento, raggiungiamo il locale posto all'estrema prua della nave sotto al Ponte di Volo, la Sala delle Ancore, l'unico posto non assaltato dalle scolaresche perché oggettivamente un po' difficile da trovare, per fortuna.
Terminato il giro, torniamo in Hangar da Mr. Folsom che si prodiga ad illustrarci la nave ed i suoi segreti. Il veterano ha una tale energia che riusciamo a stento a stargli dietro, ci racconta un sacco di aneddoti riguardo alla nave ed alla sua carriera, staremmo ore ad ascoltarlo, ma purtroppo l'orologio corre inesorabile e siamo costretti a congedarci da lui.
Scendiamo a terra e ci mettiamo in coda per visitare il Sommergibile SSG-577 Growler, un Lanciamissili diesel-elettrico degli anni '50 armato di missili nucleari Regulus.
Dopo aver fotografato ogni dettaglio attraverso gli angusti compartimenti del Sommergibile, lasciamo il museo, consapevoli di aver attraversato un pezzo di Storia.
Raggiungiamo in taxi l'albergo dove abbiamo lasciato in custodia i bagagli. Lo stesso taxi ci porta al Kennedy per 50 $ (37 €), tariffa standard concordata con il Comune, che paragonata ai 70 € dei taxisti milanesi per portarti a Malpensa… vabbeh, lasciamo stare…
Attraversiamo Manhattan, ma sappiamo che ritorneremo. L'autista si mostra molto efficiente nella guida ed in poco tempo raggiungiamo il Terminal 3 del JFK dove ci attende il volo per Chicago.
Il Check-in della Delta è completamente automatizzato: inserito il numero della prenotazione, la macchina ci stampa la carta d'imbarco, paghiamo con carta di credito 20 $ a testa per imbarcare i Trolley e passiamo il Security Check dove ci fanno togliere tutto, scarpe comprese. Siamo in anticipo sull'orario di partenza quindi ci concediamo una succulenta bistecca, prima di girovagare per il terminal in attesa del volo Delta DL6595 delle ore 16:30 operato da Comair con un Bombardier CRJ 700.
Al Gate abbiamo una brutta sorpresa, il volo partirà con un'ora e mezza di ritardo. Motivo del ritardo: l'equipaggio non è ancora arrivato da un volo precedente. Flieger sottolinea che prima di parlare male dell'Alitalia sempre e comunque bisognerebbe fare mente locale. Alle 18:00 inizia l'imbarco e qui il fascino da Pilota di Flieger va a farsi benedire.
Mi spiego. Il nostro si presenta all'equipaggio Comair, come previsto dalle normative IATA, i quali lo squadrano dalla testa a piedi facendo la faccia tipo: "Ma che vuoi? Ma chi sei?" Lo salutano freddamente e lo fanno accomodare come un comune passeggero.
Il volo dura circa due ore, ci fanno compagnia due Hostess che messe insieme fanno 120 anni. Rimpiangiamo le ragazze incontrate sul volo Alitalia…
Arrivati all'immenso aeroporto Chicago O'Hare e recuperati i bagagli, andiamo alla Hertz per ritirare l'auto a noleggio grazie alla quale potremo vivere l'America "on-the-road", attraversare una parte degli USA godendoci i suoi meravigliosi paesaggi.
L'auto è una Toyota RAV4 targata Illinois e appena lasciamo il parcheggio ci regala un'amara sorpresa che ci accompagnerà per tutto il tempo. Il navigatore satellitare che abbiamo richiesto, a dispetto del nome "Never Lost", mai perduti, si rivela impreciso, si aggiorna con lentezza, perde i satelliti, insomma si dimostra più un impiccio che un aiuto.
Ma siccome le vecchie abitudini non si perdono mai, Flieger si è procurato per tempo la cartina stradale degli States che si rivelerà molto più utile dell'inutile navigatore.
Nel raggiungere il nostro albergo a Chicago, Flieger compie il suo primo Reato Federale: salta un basso spartitraffico per prendere l'uscita giusta per il centro città che il Never Lost non ha segnalato per tempo. Speriamo che non ci sia intorno nessun parente di Ausberger.
I grattacieli illuminati sono uno spettacolo. Grazie alla cartina ed alla conoscenza che Danilo ha di Chicago, raggiungiamo l'albergo senza grossi problemi.
Gli hotel che utilizzeremo, della catena Best Western, sono stati tutti prenotati da Danilo utilizzando la sua carta di credito, sicché lo mandiamo sempre in avanscoperta ogni volta che raggiungiamo un albergo per la registrazione e le operazioni di rito. Diventa così il nostro finanziatore ed il Nickname si genera da solo: Cash!
Danilo "Cash" accetta con molta sportività il ruolo.
Sono ormai le 22, la cena è possibile solo nel ristorante dell'hotel dove facciamo il briefing per la giornata che ci attende e brindiamo con il magnifico sfondo dei grattacieli di Chicago e del Lago Michigan.

Venerdi 16 Aprile 2010
Dopo la solita sveglia traumatica di Flieger, facciamo la tipica colazione americana a base di uova strapazzate e pancetta croccante. Il mio palato ancora oggi ne ricorda il sapore ed il buffet viene come al solito attraversato da uno sciame di locuste.
La giornata si presenta grigia e piovigginosa, decidiamo così di sostituire la prevista passeggiata per il centro con un giro in auto un po' più ampio. Percorriamo così l'intera Michigan Avenue, la strada principale di Chicago, soprannominata "Magnificent Mile" per la sfarzosità di palazzi e negozi. Passiamo davanti alla torre dell'acquedotto, l'unico edificio rimasto in piedi dopo il gravissimo incendio del 1871 che rase al suolo 6 km2 di palazzi, mentre il resto della città è costituito da edifici nuovi.
Percorso un tratto del Lago Michigan, invertiamo la marcia ed attraversiamo Balbo Avenue ed anche qui il confronto con l'Italia, che nega anche la semplice esistenza dei suoi eroi, ci sconforta alquanto. Ci dirigiamo al Museum of Science and Industry passando davanti allo stadio di basket dei Chicago Bulls, la squadra di cui Cash è tifoso.
Parcheggiata l'auto nel garage del museo, aspettiamo l'apertura facendo qualche foto al lucidissimo treno presidenziale anni '50 e conversiamo con un altro italo-americano, "Rocco", una delle Guardie Giurate all'ingresso il quale, preso dalla concitazione di raccontarci la sua storia, con un deciso "Come on!", fa passare avanti tutti gli altri visitatori, facendoci perdere il turno come primi arrivati al museo.
Lo salutiamo bruscamente e con mossa felina lo superiamo dopo che sono già passati tutti gli altri visitatori, costringendoci letteralmente a correre per arrivare per primi a visitare l'U-505, l'unico U-Boot Typ IXC esistente al mondo. Il Sommergibile della gloriosa Kriegsmarine si mostra maestoso ai nostri occhi, illuminato ad arte e rappresentato in una struttura che riproduce i ricoveri corazzati delle basi atlantiche della U-Bootwaffe.
E' il primo che vedo nella mia vita e l'emozione è grande, tanto più che sono appassionato di modellismo navale. Perdo il controllo della macchina fotografica ed inizio a scattare foto per immortalare ogni metro dell'U-Boot.
Dopo aver prenotato la visita all'interno, si può entrare solo con la guida ed a gruppi di 15 persone, abbiamo così il tempo di provare il simulatore di immersione e navigazione dell'U-505. Flieger ed io riusciamo a governare in maniera soddisfacente il Sommergibile obbedendo agli ordini del Kapitänleutnant con il risultato che, dopo continue variazioni di profondità, riusciamo a posizionarci correttamente per il lancio dei siluri con la gratificante conseguenza dell'affondamento di una nave.
Ci provano quindi Sabot e Cash che non riescono a coordinarsi correttamente, con il risultato di fare sprofondare l'U-Boot sotto la profondità di schiacciamento provocandone la distruzione. Il tutto è immortalato da foto e video e gli sfottò si sprecano…
E' arrivato il momento eccitante di entrare nell'U-505, anche se è vietato scattare foto all'interno. Peccato, ma almeno la guida che ci accompagna è molto preparata e, grazie al sapiente uso di luci, suoni e dialoghi in tedesco, ci fa rivivere, forse in maniera un po' troppo hollywoodiana, la vita a bordo di un Sommergibile oceanico tedesco.
Lasciamo malinconicamente l'U-505 per dedicarci al resto del museo, dove troviamo, tra le migliaia di oggetti esposti, uno Stuka, uno Spitfire, uno Stearman ed un Boeing 727, un gigantesco plastico ferroviario in scala HO dell'intera area di Chicago, la sezione navale con modellini molto interessanti e la sezione delle auto con prototipi rari.
Qualche altra foto davanti alla locomotiva a vapore in perfetto stile Western e si è fatta l'ora di andare, non prima di un passaggio allo Shopping Store del museo, dove compro un libro sull'U-505 e vari souvenir: inizio a contribuire al PIL americano.
Riprendiamo la macchina per la prima tratta che ci porterà a vivere la "Provincia americana", come dice Cash, attraverso gli Stati dell'Indiana e dell'Ohio.
Lasciato Chicago e lo Stato dell'Illinois, ci fermiamo a mangiare da McDonald's lungo l'Interstate 65 prima di sfiorare la mitica città di Indianapolis, dirigendoci verso Dayton, Ohio, sede del National Museum of the US Air Force all'interno della leggendaria Wright-Patterson AFB.
Sabot, alla sola parola "Dayton", si bagna nelle mutande. Chissà perché?...
Attraversiamo le sconfinate coltivazioni americane lungo l'Interstate 70, passiamo una foresta di generatori eolici per la produzione di energia elettrica. Cash, grazie alla sua conoscenza degli USA, ci racconta simpatici episodi ed in questo clima di goliardia e di allegria le posizioni all'interno del gruppo cambiano continuamente: basta una parola sbagliata che si passa dalla posizione di "numero due" a quella infinitesimale. L'unica immutabile è, ovviamente, la "numero uno", quella del nostro Hauptsturmführer Flieger.
Alle 18:30 raggiungiamo l'albergo a Englewood, a circa 7 km da Dayton. Lasciati i bagagli, troviamo una Steakhouse con cena a base di Prime Ribs, T-Bone Steaks e pannocchie arrostite, sempre annaffiate da abbondanti boccali di birra gelata.
Le cameriere sono molto carine e l'ambientazione Country del locale ci fa calare nella tipica atmosfera della Provincia americana. Assistiamo anche ad una simpatica scena quando lo Sceriffo della Contea entra per un veloce sopralluogo, saluta i clienti e se ne va.
In albergo ci ritroviamo in camera nostra per assistere alla prima TV della serie televisiva The Pacific, prodotta della HBO. La serie di Steven Spielberg, che arriverà in Italia un mese dopo, è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale sul Fronte del Pacifico tra i Marines, sulla falsa riga di Band of Brothers.
Briefing sulla giornata di domani, doccia e tutti a nanna.

Sabato 17 Aprile 2010
Solita sveglia e colazione a base di Waffle condito con sciroppo d'acero e buffet spazzolato come al solito. Sabot, temendo di arrivare tardi al "suo" museo, ci ha spinto ad arrivare quasi un'ora in anticipo sull'orario di apertura, tempo che dedichiamo alle foto degli aerei all'esterno ed a prendere un caffè.
(per una descrizione completa della visita al National Museum of the US Air Force di Dayton, OH, fare riferimento all'articolo di Daniele "Sabot" Giombelli)
Lasciamo malvolentieri il più stupendo, completo e coinvolgente museo che abbia mai visto, le motivazioni di Sabot erano ben giustificate. Allo Store del museo compro maglietta e libro ricordo ed alle 13:40 partiamo in direzione di Washington per la tappa più lunga della nostra Campagna, 470 mi (760 km).
Sempre lungo l'Interstate 70, Flieger evita il secondo Reato Federale per un soffio: l'eccesso di velocità. C'è una pattuglia dell'Highway Patrol con l'autovelox pronta a fermare le auto troppo veloci, ma una pronta frenata permette di passare davanti alla Lincoln bianca e blu entro il previsto limite di velocità di 65 mph.
Lasciato l'Ohio, entriamo in West Virginia e per un breve tratto in Pennsylvania dove all'autogrill Cash sostituisce Flieger alla guida.
Lungo l'Interstate 68 vediamo dei paesaggi stupendi, passiamo delle vallate meravigliose, attraversiamo una regione del Maryland segnata sulla carta come "New Germany", luogo ideale per Flieger dove sistemarsi se per caso decidesse di trasferirsi negli USA…
Oltre alla lussureggiante vegetazione, la zona si presenta con tipiche costruzioni in stile tedesco, sicuramente una qualche comunità germanica ha fatto radici tra queste valli.
Superati i Monti Appalachi ed accolti dalla Virginia, alle 22 arriviamo in albergo a Sterling, nei pressi del Dulles International Airport di Washington. Ormai è diventato un rituale: lasciati i bagagli, andiamo a caccia di una Steakhouse, che troviamo sotto forma di Texano.
Cash non fa che esaltare la grandezza americana con un tormentone che ci portiamo dietro da quando siamo arrivati: "che grande paese è l'America". Qualcuno lo corregge con un sarcastico: "…dopo la Grande Germania, naturalmente". Indovinate chi è?
Dopo il solito briefing per l'indomani, crolliamo a letto spossati.

Domenica 18 Aprile 2010
Dopo quattro giorni che Flieger butta giù dal letto tutti gli altri a pedate, Cash e Sabot si svegliano prima dell'orario concordato per provare a sbrandare Flieger, ma non hanno fatto i conti con il teutonico ex Parà che, nonostante io fossi ancora a letto, era già vestito ed operativo ed ha accolto i due furbetti… a pedate!
Dopo il solito assalto al buffet, saliamo in macchina per raggiungere l'Udvar-Hazy Air & Space Museum situato all'aeroporto Dulles. Sempre grazie alla cartina riusciamo ad arrivare con un congruo anticipo per prenderci un caffè che però viene subito buttato, non è altro che mezzo litro di acqua sporca bollente dal vago sapore di caffè.
All'apertura del museo perdo di vista sia Flieger che Sabot che partono a passo di carica verso i prototipi tedeschi della Luftwaffe, Cash ed io ci scaraventiamo ad ammirare e fotografare l'impossibile su aerei, veicoli particolari, lo Space Shuttle ed altro ancora.
(per una descrizione completa della visita allo Steven F. Udvar-Hazy Center di Chantilly, VA, ed allo Smithsonian National Air and Space Museum di Washington, DC, fare riferimento all'articolo di Daniele "Sabot" Giombelli)
Appagata la nostra sete di sapere, verso le 12 ci dirigiamo verso Washington, DC, la capitale degli Stati Uniti d'America.
Diamo fiducia al navigatore che, per non smentirsi, ci abbandona proprio in mezzo alle strade di Arlington. Tuttavia riusciamo a trovare le indicazioni per The Pentagon, le seguiamo ed il colossale edificio si mostra davanti a noi, immortalato dalle nostre macchine fotografiche. Proseguendo sul George Washington Boulevard arriviamo al Marine Corps War Memorial, il famoso monumento dei Marines a Iwo Jima.
Foto di gruppo davanti al monumento con, sullo sfondo, il Lincoln Memorial, l'obelisco e lo US Capitol. Risaliamo in macchina, attraversiamo il Potomac, imbocchiamo Constitution Avenue e siamo finalmente al National Mall, il famoso parco di Washington tante volte scenografia di film politici o thriller di spionaggio.
Purtroppo è domenica, il traffico è intenso e la città è piena di turisti, non riusciamo quindi a fermarci come previsto al Vietnam Veterans Memorial, il famoso muro di marmo nero, così decidiamo di proseguire per la nostra meta cittadina, lo Smithsonian Air & Space Museum, non prima però di qualche veloce foto di fronte al Capitol ed all'obelisco.
Dentro al museo ci attende un bagno di folla, ma soprattutto pezzi unici e rari, come il Flyer dei fratelli Wright, lo Spirit of St. Louis di Charles Lindbergh, il Bell X-1 di Chuck Yeager, l'X-2 Stiletto, l'NF-104A della NASA, il North American X-15 e molti altri.
Per noi italiani, degno di nota è il Macchi MC.202 Folgore, molto apprezzato anche dai visitatori americani per la purezza delle linee e l'accattivante colorazione desertica.
Le macchine fotografiche rischiano di fondere, ma alla fine dobbiamo lasciare anche questa splendida collezione. Prima d'imboccare l'Interstate 95 per Baltimore, facciamo un paio di giri in auto intorno a The White House, con il rischio di attirare l'attenzione del Secret Service. Flieger trova un parcheggio improvvisato, Sabot ed io saltiamo fuori al volo e scattiamo a distanza qualche foto ricordo.
Appena usciti da Washington si entra nuovamente in foreste verdissime dove uno dei pochi insediamenti umani è Fort Meade, la sede della ben nota National Security Agency.
Baltimore è una tipica città portuale, una grossa Genova, e non attira più di tanto la nostra attenzione. Finalmente, dopo un'oretta arriviamo ad Edgewood, Maryland.
Alla Reception chiediamo informazioni per trovare la solita Steakhouse. Il tizio, piuttosto scorbutico, ci indica un luogo vicino ad un centro commerciale, ma dopo tre quarti d'ora che vaghiamo per la campagna non riusciamo a trovarlo. Affamati, torniamo in albergo con cattive intenzioni sul tizio, ma per fortuna davanti all'albergo c'è un ristorante greco ancora aperto e la cena risulterà buona ed abbondante.
Nel frattempo le notizie sul vulcano islandese Eyjafjallajökull e sulla sua pericolosa nube fanno temere per il rientro in Italia. Finora avevamo seguito le notizie sulla CNN o sulla FOX senza considerarle molto, sperando in una rapida soluzione dell'emergenza, ma adesso che si avvicina la data della partenza gli umori non sono poi così spensierati. Inoltre la carta di credito di Cash si sta esaurendo rapidamente.
Flieger prova a contattare la Guardia Operativa dell'Alitalia, ma le linee sono eternamente occupate, avranno il telefono rovente. A scanso di imprevisti dell'ultimo minuto, prenotiamo per mercoledì sera due stanze in un Best Western vicino al Kennedy, per la precisione su Jamaica Boulevard nel Queens, una zona di tagliagole…
L'altra brutta notizia, quella che veramente ci rattrista poiché è irreparabile, è che Sabot ha perso il diario del Kampfgruppe, dove erano conservate le sue goliardiche vignette che immortalavano così bene i momenti salienti della nostra Campagna. Tralascio gli insulti e le maledizioni nei suoi confronti, ma ve lo potete immaginare. Per fortuna avevo un mio blocknotes sul quale annotavo gli episodi della Campagna a mo' di diario e che mi ha permesso di scrivere questo articolo.
Solito briefing serale e tutti a riposare, la giornata è stata piena di soddisfazioni.

Lunedi 19 Aprile 2010
Ormai il rituale della mattina lo conosciamo a memoria e lo avete già capito: assalto al buffet della colazione, non si fanno prigionieri, ma solo terra bruciata al nostro passaggio.
Oggi tocca all'Ordnance Museum situato all'interno dell'Aberdeen Proving Ground, la più grande Base dell'US Army della Costa Atlantica.
Seguendo le indicazioni stradali ed il malefico navigatore, viviamo uno strano episodio. Sbagliando strada ci avviciniamo all'ingresso principale della Base, non a quello del museo, che si presenta come un grosso Check Point stile casello autostradale. Fare inversione di marcia davanti a postazioni di militari armati, in periodo di guerra al terrorismo, non ci sembra molto intelligente: due colpi mirati al conducente sarebbero la definitiva conclusione della Campagna e siccome Flieger ci serve ancora procediamo lentamente. Un Sergeant della Security, coperto da un secondo militare, ci fa segno di fermarci con la mano sinistra, mentre la destra va ad appoggiarsi all'impugnatura della pistola. In maniera molto sbrigativa ordina a tutti di scendere e di posizionarsi con le mani bene in vista di fronte al veicolo. Chiede a Flieger i documenti di guida ed a tutti il passaporto. Veniamo perquisiti noi, l'auto ed i bagagli.
Appurato che non costituiamo una minaccia, il Sergente chiede chi siamo e cosa vogliamo. Flieger, che fatica a comprendere la veloce e sbiascicata parlata dell'uomo, spiega che abbiamo sbagliato strada e che stiamo cercando l'accesso al museo posto dentro la base.
Il Sergente si rilassa un po', sorride e dal nome sulla targhetta identificativa, "Toscano", capiamo che è un altro figlio di emigranti italiani. Non parla italiano, ma gentilmente si prodiga per risolvere il problema. Chiede se abbiamo un accompagnatore per entrare nella base e alla nostra risposta negativa fa una telefonata chiedendo del Tenente responsabile del Corpo di Guardia.
Alla fine della conversazione, con quella gestualità tipica dei militari che solo Flieger comprende, ci dà le indicazioni per l'entrata del museo e ci conferma che non serve più l'accompagnatore. Insomma, credo che la sua italianità sia venuta fuori e ci abbia aiutato a risolvere il problema. Restituitoci passaporti e patente, facciamo inversione e ci dirigiamo verso l'ingresso indicato, ma oggi non è giornata ed anche qui commettiamo un errore.
Invece di fermarci all'ufficio per ottenere i Pass d'ingresso, tiriamo dritto verso l'ingresso ed il militare in servizio, prevedibilmente, ci intima l'Alt portando la mano sulla pistola, tanto ormai siamo abituati a fare da bersaglio…
Prima di ripetere la procedura di identificazione, Flieger spiega la situazione e dice che siamo autorizzati dal Sgt. Toscano. Il Corporal, sorridente, ci racconta che anche lui è figlio di emigranti italiani originari della zona tra Pisa e Livorno. Vedendo i capelli corti ed i modi marziali di Flieger, ci chiede se siamo Carabinieri (la fama della Benemerita ci ha preceduti) e poi ci indica l'Ufficio Pass che avevamo saltato per le previste procedure d'identificazione, comprensiva di registrazione nella banca dati dell'US Army.
Il sottoscritto riceve anche le attenzioni di un Agente della Military Police che, vedendomi con la macchina fotografica al collo, chiede se per caso avessi fatto qualche foto alle installazioni della Base e vuole verificare la scheda di memoria. Per fortuna Flieger ci aveva avvisati di "non fare cazzate", altrimenti mi avrebbero sequestrato la scheda di memoria con tutte le foto scattate nei giorni passati e sarebbe stata una tragedia.
Ottenuti i permessi, ci presentiamo allo stesso militare di prima che fornisce le indicazioni per il museo: al quinto semaforo dobbiamo girare a sinistra. Alla svolta indicata ci troviamo davanti al Krupp 28 cm K5 E, per gli amici Leopold, il gigantesco cannone ferroviario utilizzato dai tedeschi ad Anzio. Impossibile sbagliare, siamo arrivati al museo.
Il museo vero e proprio è una palazzina a pian terreno con una piccola, ma interessante, collezione di armi portatili, munizioni ed equipaggiamenti dove credo che Sepp avrebbe perso la testa. Sono presenti infiniti tipi di proiettili, pistole, fucili, mitragliatrici, granate, mine e non saprei che altro ancora. Facciamo anche qualche foto imbracciando l'AK-47 Kalashnikov ed il Colt Armalite M16 messi a disposizione per tale scopo.
La parte interessante della collezione è ovviamente all'esterno con decine di Carri Armati, pezzi d'Artiglieria e missili. Ci buttiamo sul Leopold, quindi sul Cannone Atomico americano, su una torre navale da Difesa Costiera e su un grosso cannone sperimentale.
I mezzi sono tanti e caratteristici. Solo per citare i più conosciuti della Seconda Guerra Mondiale, sono presenti i tedeschi StuG, Panzer III e IV, Jagdpanzer IV, Panther D e G, Jagdtiger, Marder, Wespe, Grille e Brummbär, gli italiani M13/40 e Semovente da 90 mm, i russi T-34/76 e /85, Stalin e Su-76, gli inglesi Matilda, Churchill, Honey e Grant e gli americani Sherman. Tra i carri moderni degni di nota ci sono i russi BMP-1, BRDM, PT-76, BTR-80, T-55 e T-72, l'inglese Centurion, il tedesco Leopard e gli americani Abrams e Bradley. L'unica nota negativa è che la collezione è totalmente all'aperto, soggetta quindi ad un inevitabile deterioramento. A dire il vero, alcuni sembravano appena restaurati, ma tra i tanti abbandonati a se stessi, sembra tristemente una goccia nel mare.
Lasciamo Aberdeen alle 12 e sulla Interstate 95, dopo un breve tratto nel Delaware, entriamo in New Jersey diretti a Camden, dove è ormeggiata, e naturalmente visitabile, la Corazzata BB-62 New Jersey.
Arrivati a Camden, dall'altra parte del fiume Delaware che segna il confine con la Pennsylvania, è maestosamente visibile la città di Philadelphia, prima capitale degli Stati Uniti e dove è conservata la Costituzione del Paese.
Ma noi siamo qui per la New Jersey, non per la polverosa biblioteca di Philly e al di là di un piccolo parco si mostra di fronte a noi l'imponente Castello della Corazzata, con i suoi pezzi da 16 in (406 mm) al massimo alzo. Uno spettacolo che lascia senza fiato!
Inizia la visita all'ultima Corazzata della Seconda Guerra Mondiale, nonché nave più decorata della US Navy, che ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale, alla Guerra di Corea, alla Guerra del Vietnam, alle Operazioni in Libano negli anni '80 ed infine alla Desert Storm del 1991.
Come appassionato navale, la Campagna è stata per me molto generosa: prima il Growler a New York, poi l'U-505 a Chicago e adesso la New Jersey. Così come per gli altri la vista di un determinato veicolo o velivolo ha rappresentato qualcosa di più, così per me la Campagna negli USA ha dato la possibilità di vedere cose che non avrei mai immaginato.
La visita della nave può essere libera o guidata. Per avere maggiore libertà d'azione la scelta ricade su quella libera, ci viene solo raccomandato di seguire l'itinerario marcato con una riga di vernice rossa per evitare di perderci nel "ventre della balena".
Iniziamo così dalla prua dove troneggiano le due immense torri d'artiglieria, quindi scendiamo negli alloggi dei marinai per poi riemergere dentro la torre numero due con il telemetro di puntamento ancora funzionante. E' la volta quindi dell'alloggio dell'Ammiraglio e della sovrastruttura anteriore, poi di una torretta secondaria da 152 mm per sbucare nella Centrale di Tiro e sul Ponte di Comando. Non manca la visita ad uno dei quattro complessi quadrinati di lanciatori di Missili da Crociera BGM-109 Tomahawk.
Scendiamo nuovamente sotto coperta per visitare la Sala Comunicazioni ed il piccolo museo dove, tra le altre cose, è possibile provare le sirene dell'Allarme Generale, Allarme Aereo, Allarme Chimico e Allarme Collisione. Dall'immensa mensa usciamo sul ponte di poppa: oltre alla terza torre da 16 in, ci attende l'elicottero Kaman SH-2 Seasprite.
Sono le 15:30, il tempo vola ed il museo sta per chiudere e con esso la nostra Campagna negli Stati Uniti. Mai dire però che è finita perchè altre sorprese non previste ci attendono.
Un rapido passaggio al negozietto per l'acquisto degli ennesimi souvenir e lasciamo la possente Corazzata in direzione di New York, per ritornare allo stesso hotel del primo pernottamento. Riprendiamo l'Interstate 95 e fino a Newark tutto fila liscio, quando il malefico navigatore decide di prendersi la sua vendetta perché l'abbiamo considerato poco o niente. Impostato per farci fare il Lincon Tunnel ed arrivare direttamente a Manhattan, ci fa invece proseguire verso nord, per farci entrare nel Bronx attraverso il Washington Bridge. La deviazione ci fa allungare di quasi mezzora e la cosa ci disturba non poco, ma almeno permette di gustarsi un po' la città.
Scendiamo Downtown seguendo il corso dell'Hudson passando davanti all'Intrepid. Arrivati in albergo, lasciamo i bagagli e via di corsa allo Outback del primo giorno: vogliamo gustarci un'ultima grassa cena americana prima di partire.
Dopo mangiato facciamo una breve passeggiata per digerire il brontosauro. Domani, ultimo giorno (almeno in teoria) della Campagna, vogliamo dedicarlo ad una veloce visita di Manhattan, infatti nel pomeriggio ci aspetta l'aereo per Malpensa, ma le notizie che riceviamo dall'Alitalia non sono incoraggianti. Ci occuperemo di questo domani, per ora ci interessa solo farci una bella dormita.

Martedi 20 Aprile 2010
Sbrandati nello stile di Flieger e dopo il solito assalto al buffet, prendiamo un taxi per Central Park. Il polmone verde di New York è un luogo fuori dal tempo, rilassante, ma al tempo stesso in mezzo a giganteschi grattacieli. Vogliamo dedicare questa mattina a noi stessi, senza pensieri, in perfetto stile di turisti italiani a New York.
All'angolo della 5th Avenue c'è la Trump Tower dove vogliamo toglierci lo sfizio di un buon caffè nella luccicante hall dorata di uno dei tanti palazzi del miliardario newyorkese.
Girovaghiamo di fronte al Rockfeller Center sconcertati da tanta ricchezza, quindi passiamo davanti alla cattedrale di Saint Patrick, patrono della città. L'idea è di raggiungere il ristorante Ichiumi sulla 32nd Street dove Flieger ci consiglia un pranzo giapponese a base di sushi e sashimi.
Mentre passeggiamo, un tizio si avvicina sentendoci parlare italiano. Indovinate chi è? L'ennesimo figlio di emigranti italiani originari dell'Appennino tra Foggia e Caserta. Dopo una breve chiacchierata lo lasciamo per l'unico negozio di modellismo in zona: la tentazione è troppo forte, ma il negozio è ancora chiuso nonostante siano le 11:30.
In piena febbre da shopping, facciamo una tappa da Best Buy, una catena di negozi hi-tech per provare il nuovo Apple iPad e da Barnes & Noble, una fornitissima libreria con un settore storico-aeronautico da fare invidia.
All'angolo della 42nd Street c'è la New York Library, la biblioteca comunale dove è stata ambientata una parte del film "The day after tomorrow". Il corteo di un ricco milionario, forse un Emiro arabo, composto da quattro Rolls Royce è parcheggiato dall'altra parte della strada di fronte alle vetrine di Gucci, Prada e Armani.
Alla fine raggiungiamo l'Empire State Building, il maestoso simbolo di New York. Non c'è King Kong, si vede che è in pausa pranzo…
Raggiunto il ristorante giapponese ci concediamo un po' di relax insieme all'ottimo sushi, poi tristemente, come tutte le cose che finiscono, rientriamo in albergo per prendere i bagagli, caricarli sulla nostra fedele Toyota e dirigerci al Kennedy.
Sono i miei ultimi minuti a Manhattan, l'emozione mi prende, chissà se ritornerò.
Attraversato il Midtown Tunnel, sbuchiamo nel Queens e Manhattan è già lontana dietro di noi. Lasciamo l'auto ed il suo inutile navigatore alla Hertz dell'aeroporto e con il trenino arriviamo agli sportelli dell'Alitalia, con la sottile speranza di partire.
Flieger si mette in contatto con il responsabile del Check-in Alitalia, poi con il Capo Scalo di Servizio ed infine con lo stesso Capo Scalo titolare per cercare una soluzione al problema e rientrare in Italia. Apprendiamo così che l'Alitalia è stata l'unica Compagnia a non sospendere i voli, seppure penalizzata da pesanti ritardi e con i voli da/per Malpensa operati su Fiumicino, tanto da riproteggere i passeggeri di molte altre Compagnie.
Alla fine dobbiamo arrenderci, per oggi non c'è possibilità di partire, la priorità è stata assegnata alle migliaia di passeggeri paganti in attesa da giorni ed i nostri biglietti scontati non valgono nemmeno come carta igienica.
Ma pensate che il Kampfgruppe si arrenda? Flieger riesce a sapere dal Capo Scalo che il Comandante del volo per Malpensa dell'indomani è un suo amico, Roberto G., così lo tempesta di SMS e gli lascia messaggi in segreteria telefonica anche se è ancora in volo.
Il motivo è che il Comandante del volo ha la facoltà di gestire gli strapuntini disponibili come meglio crede e Flieger vuole essere sicuro di accaparrarseli.
Per non lasciare nulla d'intentato, facciamo anche inserire i nostri biglietti nella lista d'attesa, ma, come all'andata, i biglietti non sono presenti nel sistema Alitalia e Flieger deve nuovamente arrampicarsi sugli specchi per risolvere il problema.
Quando decidiamo di lasciare il Kennedy per andare nell'albergo prenotato, molto saggiamente, qualche giorno prima, Marco viene riconosciuto da una giovane Dottoressa, Cardiologa a Torino, che si ricorda di lui per averlo notato in ospedale in occasione di un ricovero di suo fratello qualche anno prima (complimenti per la memoria!).
La Dottoressa, bloccata come migliaia di altri passeggeri, gli chiede aiuto e assistenza e, in caso non riuscisse a partire, la possibilità di prenotare una camera in albergo per lei e per la bella cugina al seguito. Si prospetta, forse, una serata interessante…
Prendiamo il taxi per l'hotel. Il tassista è un indù o roba simile, con la tunica arancione, il turbante ed una lunga barba, che durante il tragitto non fa altro che accarezzarsela.
Quando gli diamo l'indirizzo dell'albergo va nel pallone, non conosce la strada, telefona per chiedere aiuto, insomma, questo tizio conosce solo la strada dal JFK a Manhattan.
Quando sbaglia anche strada (avevamo visto la nostra destinazione venendo in aeroporto con la nostra macchina) a Flieger parte l'embolo e comincia ad incazzarsi pretendendo che blocchi il tassametro, che si fermi, che chiami un altro taxi e che vada a farsi fott…
Il Sikh sembra ignorarlo, mormora qualcosa nella sua lingua, si estranea, esce dal suo corpo… riusciamo solo a far stoppare il tassametro. Alla fine, a forza di incazzature in tutte le lingue, raggiungiamo l'hotel.
Scaricati i bagagli, almeno ammette di aver sbagliato e si piega alla nostra decisione di non pagarlo. Cercando di placare il nostro Hauptsturmführer, gli dice: "Sir, relax… This is a big city… Too difficult…" Flieger si trattiene a stento dal farlo fuori con un colpo di Lüger alla nuca, gli consiglia di comprarsi un buon navigatore o di cambiare lavoro e, alla fine, gli regaliamo 15 $ perché almeno si è scusato.
In albergo, altra sorpresa, la carta di credito di Cash ha esalato il suo ultimo respiro: è finito il credito. L'idea di lasciarlo barbone a New York ci passa per la testa, ormai la sua utilità è terminata, ma gli vogliamo bene ed il problema è risolto con le nostre carte.
La camera per l'amica Cardiologa c'è, la blocchiamo, anche se più tardi telefonerà a Marco dicendo che è riuscita a partire.
Intanto noi cosa facciamo? Ovvio: cena a base di aragoste e gamberi dell'Atlantico da Red Lobster. Ci facciamo chiamare un taxi, nella speranza che non sia un indiano.
Arriva un taxista portoricano (ma a New York c'è un taxista bianco e anglosassone?) che ci porta tranquillamente al ristorante in Queens Boulevard.
Flieger, nel posto accanto al conducente, è tranquillo e stranamente non dice nulla: primo, perché non ha sbagliato strada, secondo, perché, lo sapremo dopo, il tizio ha un revolver nella portiera lato guida e solo un aspirante suicida si metterebbe a litigare con un portoricano armato…
La cena risulta ottima e, nonostante la situazione, il morale è sempre alto e sale ancora di più quando il Comandante amico di Flieger lo chiama per confermargli i posti sull'aereo per Malpensa. Stanchi e sicuri di partire, andiamo a letto: domani si torna a casa.

Mercoledi 21 Aprile 2010
Con la tranquillità di chi sa di avere il posto assicurato in aereo, ci siamo concessi un'ora di sonno in più e ce la prendiamo comoda, non risparmiando comunque il buffet della colazione. Prendiamo l'ultimo taxi newyorkese che ci porta in aeroporto in 15 minuti.
Cosa si fa adesso? Il sottoscritto prende dallo zaino un mazzo di carte da gioco e, con vista sulle piste del JFK, ci sfidiamo a scopa: vinciamo Flieger ed io contro Sabot e Cash.
Alle 14 apre il Check-in Alitalia e si forma la solita coda di passeggeri e di dipendenti con biglietti scontati, in maggior parte romani, che non sono riusciti a partire il giorno prima.
Il Comandante Roberto G. ha informato lo Scalo della sua decisione di assegnare a noi gli strapuntini così, quando Flieger si avventura in mezzo alla calca urlante, ne esce tranquillamente con le nostre carte d'imbarco e con un sorriso a 32 denti, odiato ed invidiato dai romani in attesa.
La disposizione dei nostri posti prevede due persone in cockpit e due nel Galley anteriore.
Considerato che uno dei due in cockpit sarà Flieger, una strana luce si accende nei nostri occhi per chi sarà il fortunato a godersi il viaggio di ritorno con il Comandante.
Ma siccome "tira più un pelo di f… che cento carri di buoi", Flieger ci vende in un attimo!
Davanti alle postazioni del Check-in, Marco viene avvicinato dalla sua bella collega Hostess Federica che lo sbaciucchia e lo abbraccia, in vacanza a New York con le sue amiche, altrettanto avvenenti. Non sapendo muoversi nella burocrazia dell'Alitalia, chiede aiuto al nostro Pilota che cede alle sue grazie (anche l'Hauptsturmführer ha un cuore… o sarà qualcos'altro?) e le dice che avrebbe parlato al Comandante per ospitarla in cockpit, mentre noi saremmo finiti nel Galley posteriore…
All'arrivo dell'equipaggio, il povero Comandante è letteralmente assalito, tutti vogliono rientrare a casa. Marco va a salutare il suo amico e ritorna confermandoci gli strapuntini, ma con la possibilità di occupare qualche sedile di classe Economica in caso fosse disponibile. Facciamo l'ultimo controllo di sicurezza e ci presentiamo davanti al Gate 10 per l'imbarco. Sabot ed io diamo il nostro ultimo contributo al PIL americano al Duty Free spendendo gli ultimi dollari in inutili souvenir.
Noi tre riusciamo ad avere dei posti di Economica, mentre Flieger, privilegi del grado e disponibilità di posti, si accomoda in classe Magnifica. Ringraziamo il Comandante ed il suo equipaggio per l'aiuto con una gustosa Cheesecake comprata in aeroporto che viene rapidamente spazzolata.
Dopo la consueta visita in Cockpit ad ammirare la meravigliosa notte atlantica piena di stelle, ci addormentiamo stanchi, ma felici per la fortunata conclusione del nostro viaggio.
Grazie all'intercessione di Marco, ho la possibilità di assistere all'atterraggio del Boeing 767 a Malpensa dalla posizione dell'osservatore in Cockpit, un'emozione unica.

Giovedi 22 Aprile 2010
Alle 10:15, ora italiana, di giovedì 22 Aprile 2010 le ruote toccano terra: Amerika 2010, la Campagna delle Campagne è effettivamente terminata.
Dopo i saluti a Federica ed alle sue amiche (ve l'ho detto, tira più un pelo di f…), riprendiamo l'auto di Flieger e ci dirigiamo a casa di Sabot, a Cassano Magnano, dove tutto è iniziato più di una settimana fa, "UNA SETTIMANA LUNGA UNA VITA", appunto.
Dopo aver vissuto insieme per così tanti giorni in modo goliardico e cameratesco ed aver condiviso una quantità di emozioni, per mascherare la malinconia del momento, ci salutiamo con uno dei tormentoni della nostra Campagna: "Ma vaffanculo!..."
Presa la mia auto, Danilo ed io facciamo rientro a casa pienamente soddisfatti, ricordando gli esaltanti momenti passati insieme.
In attesa della prossima Campagna a Berlino e della nuova mostrina, ringrazio tutti per aver passato insieme dei giorni e delle emozioni indimenticabili in terra americana, in particolare Marco per quello che è riuscito a mettere in piedi con tanta meticolosità e passione allo stesso tempo.

(articolo di Alessandro De Lisi del 09.06.2010)

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