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Flakturm

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Flakturm
Come estremizzare il concetto di difesa.

“Nessun Bombardiere nemico può raggiungere la Ruhr. Se anche uno solo raggiungerà la Ruhr, il mio nome non sarà più Goering. Potrete chiamarmi Meyer!”
Questa celebre frase, pronunciata nel 1939 dal Reichsmarschall Hermann Goering, pesa come un macigno sul recente passato della Germania e sulla popolazione delle città tedesche, tanto che l’infelice uscita di Goering andò ben oltre la roboante retorica del personaggio da lui impersonato e che portò a conseguenze difficilmente prevedibili, soprattutto alla luce dei successi dell’Esercito tedesco sui campi di battaglia europei.
La costruzione di queste vere e proprie fortezze medievali, assorbì una tale quantità di risorse umane e materiali da essere oggetto di un’attenta valutazione da parte degli studiosi nel dopoguerra. Simbolo dell’efficienza e della genialità tedesca, è anche grazie alla loro estrema solidità se oggigiorno possiamo trovarne ancora alcune in ottimo stato di conservazione, nonostante si sia cercato a più riprese di smantellarle. La distruzione è parte integrale della loro storia, anzi costituisce l’essenza stessa della loro funzione, quella di resistere a imperitura memoria.
Comunque sia, le Flaktürme (Torri Contraerei) costituiscono per noi appassionati una fantastica opportunità di poter letteralmente toccare con mano la storia, quella concreta fatta di cemento e acciaio, e che è inspiegabilmente capace di proiettarci negli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, un’epoca che è bene ricordare portò l’umanità a patire enormi sacrifici e immani sofferenze.

Le origini
Le origini delle Flaktürme possono essere fatte risalire alle incursioni inglesi dell’agosto-settembre 1940, quando lo spazio aereo della Germania venne ripetutamente violato nonostante i proclami di Goering. Ovviamente la Luftwaffe non aveva nessuna colpa: proteggere l’intero territorio tedesco, pensando addirittura di proibire il sorvolo anche di un solo velivolo, era impossibile anche per un’aviazione efficiente come quella germanica.
Il 25 e il 26 agosto 1940 Churchill poté finalmente dare il via al piano a lungo preparato per colpire Berlino, ma i risultati furono miseri. Non avendo a disposizione i famosi mille Bombardieri (Goering non era il solo a fare roboanti proclami), la RAF affidò l’incursione a cinquanta Hampden e Wellington che incontrarono un forte vento contrario consumando più carburante del previsto. Tre caddero durante il volo di avvicinamento e altri tre nel Mare del Nord durante il ritorno. Sei aerei costituivano più del 10% della spedizione. I tedeschi ci rimisero solo una tettoia di legno nella località di Rosenthal e due feriti leggeri.
A Berlino non se ne resero quasi conto, anche se Goebbels riportò sul diario personale: ”L’allarme antiaereo è risuonato per alcune ore. Il fuoco di sbarramento della Contraerea è stato uno spettacolo maestoso”.
La Difesa Contraerea non era di certo inesistente, anche se poco nutrita, affidandosi a due soli Flak Abteilungen con 3 Batterie di Cannoni da 88 mm Flak 36 e da 20 mm.
Le incursioni del 1940 servirono al Bomber Command inglese a comprendere che alla luce del giorno l’obiettivo era certamente visibile, ma il bombardiere lo era ancora di più, mentre si appurò che se la notte proteggeva in modo naturale l’aereo, nascondeva anche il bersaglio dal bombardiere stesso. Insomma, era una scienza tutta nuova, fatta di sperimentazioni che avevano come unico scopo la distruzione dell’avversario. Che di notte gli aerei della RAF fossero meno visibili come lo erano gli obbiettivi può sembrare scontato, ma non bisogna dimenticare che il Bombardamento Strategico, almeno quello moderno, fatto di velivoli plurimotori in grosse formazioni che sganciano i loro ordigni in modo ragionato, era ancora un campo da esplorare. Nel 1941, venti dei quaranta raid aerei che avevano colpito Amburgo, in realtà avevano come obiettivo Lubecca e Kiel.
La vicinanza al mare ed ai fiumi faceva di queste città degli obiettivi facilmente raggiungibili e individuabili, come lo erano quelle con grandi scali ferroviari. Ci si affidava al riflesso della Luna, il radar era in fase di sperimentazione, anche se presto sarebbe comparso anche a bordo degli aerei, ma per ora gli equipaggi dovevano accontentarsi dei riflessi di una notte stellata. Dato che era già difficile individuare una città, si immagini quanto fosse arduo identificare un bersaglio preciso all’interno della città stessa: ci si limitava a mirare all’abitato e la maggior parte delle bombe cadeva negli spazi aperti.
Tra il 1943 e il 1944 si mise a punto un sistema di segnalazione ed identificazione basato su bengala colorati, si usava insomma una sorta di enorme evidenziatore, dopo di che venivano sganciati gli ordigni all’interno del perimetro luminoso.
Ma questo era quanto sarebbe accaduto in futuro, non nell’immediato. Nonostante ciò il 9 settembre 1940 Hitler ordinò di erigere a Berlino le torri antiaeree, le Flaktürme, appunto.
A corredo della sua idea, presentò degli schizzi disegnati da egli stesso, ordinando che la costruzione di queste vere e proprie fortezze fosse estesa anche ad altre città quali Amburgo, Vienna e Brema (in quest’ultima non furono poi costruite).
Inizialmente si pensò di costruire sei torri a Berlino, in seguito ridotte a tre: una al Tiergarten (ovest), una nel parco di Friedrichshain (est) ed una nel parco di Humboldthain (nord), quella che abbiamo visitato.
La Torre Antiaerea era in realtà un sistema di difesa basata su due costruzioni indipendenti, la G-Turm (torre armata) e la L-Turm (torre di controllo e direzione di tiro).
Le L-Turm furono standardizzate: erano praticamente dei parallelepipedi di cemento armato sulla cui sommità furono posti dei radar di direzione di tiro, mentre le G-Turm furono costruite in tre modelli (Bauart) differenti.

Bauart 1
La torre di modello 1 era formata da un corpo centrale quadrato, con quattro torri anch’esse quadrate agli angoli della struttura, sulla cui sommità erano posizionati i cannoni antiaerei principali e su otto mensole esterne inferiori, quelli secondari da 20 mm.
Le dimensioni erano gigantesche: 75 m di lato per 39 m di altezza. Come per tutte le torri, era previsto che fosse solo un’istallazione militare, ma col prosieguo della guerra, venne adibito a rifugio per la popolazione. Ne furono costruite tre a Berlino ed una ad Amburgo.
Dato che si sviluppava su sette livelli, si decise di riservare i piani superiori all’esclusiva competenza militare, tanto che gli stessi ascensoristi potevano accedervi solo col possesso di apposite tessere d’identificazione. Comunque, grazie all’ampiezza di volume di questi “mammut”, ne derivava una grande capacità in numero di posti per la popolazione civile, circa 10.000, anche se alcune fonti citano cifre tre volte tanto.
La costruzione iniziò il 14 ottobre del 1941 con quella del Tiergarten, con le dimensioni stabilite alla riunione del 20 settembre 1940. Erano presenti Albert Speer in qualità di Ispettore Generale per le Costruzioni e Fritz Todt, Ministro delle Infrastrutture e della Produzione Bellica. Todt, incaricato della realizzazione tecnica ed ingegneristica, a sua volta delegò “l’architetto dei ponti” Friedrich Tamms, il vero padre delle fortezze, definendo i requisiti tecnici e militari.

Bauart 2
Queste erano torri quadrate con le piazzole per le armi al centro del tetto, misurando 57 m di lato per 42 m di altezza ed arrivando ad ospitare 18.000 civili. Ne furono costruite due, una ad Amburgo e l’altra a Vienna.

Bauart 3
Le torri di questo modello erano dei poligoni di 16 lati, con un diametro di 43 m e un’altezza di circa 50 m. Potevano ospitare anch’esse 18.000 persone e ne furono costruite due, entrambe a Vienna.

L-Turm
Le torri di controllo si distinguevano per il disegno futuristico, con la loro forma più stretta, lunga tra i 30 ed i 40 m, larghe 20 m e alte 40-50 m. In queste costruzioni si trovavano i sistemi per la localizzazione dei velivoli nemici e la direzione del tiro antiaereo e trasmettevano i dati alle G-Turm tramite cavi sotterranei.
Come detto in precedenza, le torri con l’armamento primario e le torri di controllo erano un sistema unico separate da almeno 300 m, dato che il fumo causato dalle Batterie avrebbe impedito il riconoscimento visivo dei bersagli in avvicinamento.
Anche le torri di controllo avevano un loro armamento difensivo, basato sulle solite ottime armi da 20 mm, installate in Schwalbennesten (ballatoi), posti a una decina di metri al di sotto del tetto, per non interferire con i radar.
Sviluppate su sei piani, compreso il pian terreno, furono anch’esse utilizzate dalla popolazione civile e soprattutto quelle di Friedrichshain e di Tiergarten vennero sfruttate per la conservazione delle opere d’arte e archivi importanti, per sottrarli dalla distruzione.
Sul tetto venne inizialmente installato un radar Würzburg-Riese (tutti i radar portano nomi di città tedesche. Il “Gigante Würzburg” è quindi la versione gigante del Würzburg A), che era abbassato durante l’attacco vero e proprio, mediante il movimento del vano sotto il tetto mediante un ponte sollevatore.
Nonostante fossero costruite per ospitare i radar, non fu di certo risparmiato cemento e acciaio, arrivando a pesare 76.000 t, con l’utilizzo di 30.000 m³ di cemento armato. Difatti, fu stabilito che essa doveva avere la stessa massa esterna di una torre di batteria, solo le fondamenta potevano essere meno solide, dato che non doveva essere sottoposta alla pressione di rinculo dei grossi calibri. Ogni torre, sia quelle antiaeree che quelle di controllo, erano autonoma per la produzione di energia elettrica e l’approvvigionamento idrico, inoltre erano protette da un eventuale attacco di gas ed erano fornite di ospedali.
Una cosa che metteva in agitazione le difese antincendio era la quantità di legname per il contenimento del cemento durante la fase di armatura: una sola bomba alla termite e gomma poteva innescare un incendio difficilmente domabile nei 15.000m³ di assi di legno necessari a costruire una G-Turm o una L-Turm.

Costruzione
La costruzione era una vera opera faraonica, un’impresa che merita di non essere dimenticata sia per l’ingegno che per le tecniche costruttive, impiegando migliaia di persone per mesi, lavorando sia di giorno che di notte, con una logistica tale da garantire il lavoro di cementificazione detto “in una gettata”. Questo tipo di lavorazione evita l’interruzione della colata e quindi la differente presa del calcestruzzo, in modo da non avere ripercussioni sulla stabilità dell’intero edificio. La solidità della struttura era eccezionale: per ogni m cubo di cemento furono utilizzati 50 kg di acciaio della Rhur.
Nel corso della guerra quasi tutte le torri furono colpite, tuttavia non subirono danni di rilievo grazie allo spessore delle pareti (2-2,5 m) e del soffitto (3,5-5 m), valori differenti in base al modello. Per aver ragione delle Flaktürme, la RAF avrebbe dovuto usare le gigantesche Tallboy o le mostruose Grand Slam, le bombe più potenti costruite fino ad allora, e anche con queste ci voleva un centro pieno.
Prendendo in esame le torri di tipo 1 (Bauart 1), come quelle di Berlino, si comprende come la logistica sia stata determinante. Per costruire la Zoo Flakturm (G-Turm), furono impiegate 120.000 t di ghiaia, 78.000 t di pietra tritata, 35.000 t di cemento, 9.500 t di acciaio e 15.000 m³ di legname per le impalcature, i ponteggi e l’armatura del cemento. Le Reichsbahn (Ferrovie del Reich) assicurarono il trasporto di 1.600 t di materiale di costruzione al giorno, mentre altre 400 t furono trasportate tramite chiatte sulla Spree.
Nel dopoguerra, gli inglesi stimarono che il peso delle torri di tipo 1 fosse di 190.000 t, cosa che all’epoca della loro costruzione, preoccupò molto i progettisti. Considerato che il suolo di Berlino è prettamente paludoso, queste masse mal si conciliavano con la necessaria stabilità che i giganti richiedevano. Per i calcoli strutturali si usarono i dati sperimentati per un altro progetto faraonico, visionario e megalomane, quello che Hitler aveva commissionato ad Albert Speer per la futura capitale del mondo, con viali enormi che portavano attraverso la ”Neu Berlin” fino alla gigantesca cupola alta oltre 350 m.
Si utilizzò lo Schwerbelastungskörper (corpo di carico pesante) dal peso di 12.650 t, con il quale si stimò lo sprofondamento nel terreno e quindi la stabilità della struttura. Il corpo di carico, che è ancora visibile, fu testato originariamente per un enorme Arco di Trionfo, capace di far sfigurare l’Arc de Triomphe parigino.
All’inizio furono impiegati 1.500 lavoratori, successivamente portati a 3.500, dei quali per metà tedeschi. Le fortezze, però, parlano anche italiano visto che la maggior parte dei lavoratori stranieri erano appunto italiani, mentre furono usati anche 3-400 prigionieri di guerra per lo scarico dei materiali di costruzione.
La cosa che lascia stupefatti è che dall’inizio dello scavo per le fondamenta al completamento del tetto non passavano più di sei mesi. Ad esempio, per le tre torri di Berlino la tempistica è stata: Tiergarten ottobre 1940-aprile 1941, Friedrichshain aprile 1941-ottobre 1941, Humboldthain ottobre 1941-aprile 1942. Sei mesi intensi, allo scopo di difendere le città dalla catastrofe, cosa che per sfortuna della popolazione, non avvenne.

Armamento
Ovviamente quello che trasformava un gigantesco parallelepipedo di cemento in una formidabile fortezza inespugnabile era l’armamento, anch’esso formidabile, ma soprattutto micidiale, vero spauracchio delle formazioni Alleate. Al contrario di come si può pensare, non ci furono idee convergenti sul numero e sul calibro dell’Artiglieria principale, arrivando a dotare le Flaktürme di vari cannoni, dal 105 mm Flak 38/39 ai poderosi 128 mm binati, cercando un compromesso tra precisione, gittata e rateo di fuoco.
All’inizio, quindi, furono istallati i Flugzeugabwehrkanonen (da qui l’abbreviazione in Flak, Cannone Contraereo) 38/39 da 10,5 cm su alcune torri di Berlino e Amburgo (i tedeschi misuravano il calibro in cm anziché in mm), ma a lungo andare dimostrò di avere una cadenza di tiro insufficiente, portando all’adozione del più potente 12,8 cm Flak 40.
Il Cannone da 105 mm poteva sembrare una versione ingrandita del ben più famoso 88 mm, ma le sue origini vanno fatte risalire ad una richiesta della Kriegsmarine nel 1928. Prodotto dalla Rheinmetall, fu presentato alla Luftwaffe nel 1933, divenendo l’antiaereo tedesco di maggior calibro, sparando proiettili da 26 kg a 12.000 m con una cadenza di tiro di 12/15 colpi al minuto e chiamato Flak 38. Il comportamento balistico era eccellente, ma nonostante tutto ebbe una messa a punto travagliata, soffrendo di parecchi difetti.
Come per tutte le realizzazioni tedesche, era tecnologicamente avanzato, con una centralina di tiro che, ricevuti i dati dalla stazione radar, in modo automatico metteva in punteria l’arma e spolettava la granata. Questa sofisticazione rese il Flak 38 estremamente incline a malfunzionamenti, tanto che venne sviluppata una versione migliorata denominata Flak 38/39 (il modello istallato sulle torri), ma la sua impopolarità restò immutata, nonostante ne furono prodotti quasi 4.000 esemplari.
L’armamento principale definitivo fu quindi il 12,8 cm Flak 40, progettato dalla solita Reinhmetall-Borsig nel 1936. Il primo prototipo fu pronto per i test già nel 1938.
L’immissione in servizio avvenne alla fine del 1941, confermando da subito la bontà del progetto. La canna era lunga 7,8 m e l’intero complesso raggiungeva le 18 t di peso, mentre il peso del proiettile era di circa 48 kg. La cadenza di tiro sostenuta era di 11/12 colpi al minuto con una velocità iniziale di 880 m/s. La gittata massima era di 20.800 m ed alla massima elevazione il proiettile raggiungeva i 14.800 m di quota. A partire dalla seconda metà del 1942, iniziò la messa in servizio della versione Zwillingflak 44, composto da due cannoni da 128 mm accoppiati, moltiplicando il rateo di fuoco teorico.
Questa versione piacque a tal punto a Hitler che, nell’agosto del 1942, durante una visita alle Flaktürme, esclamò: “Il binato da 12,8 ha un fascino fantastico. Da un punto di vista tecnico, l’8,8 è il miglior cannone mai costruito, ma il 12,8 è una cosa a parte”.
Per servire un complesso binato erano necessari 22 uomini tra porgitori, serventi, addetti alla punteria e capo pezzi. Insomma, un complicato sistema che diede però i suoi frutti anche se, a onor del vero, i successi furono offuscati dall’enorme massa di bombardieri che riuscirono a varcare i confini del Reich ed a bombardare le città. La versione gemellata, non servì solo sulle Flaktürme, ma anche in postazioni fisse a difesa di istallazioni portuali o industriali, che furono ben felici di servirsi del loro spaventoso volume di fuoco.
Permettetemi una piccola nota personale. Abbiamo avuto la fortuna di aver visto l’ultimo esemplare esistente al mondo, poiché fu portato dall’US Army come bottino di guerra all’Aberdeen Proving Ground nel Maryland, museo che il Kampfgruppe ha visitato nel 2010 nell’indimenticabile tour degli States che abbiamo già avuto occasione di raccontare, e devo dire che Herr Hitler aveva ragione riguardo al brutale fascino che emana.
Entro il 1944 tutte le torri furono equipaggiate col Flak 40, ottenendo 32 cannoni gemellati in servizio e pronti al combattimento, diventando di fatto “i cannoni delle Flaktürme”.
Per alimentare i cannoni, ci si serviva di montacarichi che dalla Santa Barbara portavano le granate sulla sommità, in modo che gli uomini potessero posizionarle negli scaffali accanto alle Flak. Ovviamente, avere un vano che percorreva in verticale la torre era il tallone d’Achille delle fortezze: una bomba particolarmente fortunata poteva penetrare sino ai depositi di munizioni ed innescare una catastrofica esplosione dalle conseguenze immaginabili. Per questo motivo, i montacarichi alla sommità erano protetti da cupole corazzate di ben 72 t che, munite di portelli, permettevano il loro scarico in modo agevole.
Le torri erano equipaggiate anche con armamento secondario, composto principalmente da cannoni da 20 mm, sia singoli che quadrinati, e successivamente con i micidiali Flak 43 da 37 mm, il che rendeva un suicidio tentare di attaccare a bassa quota le torri antiaeree.
Il 16 aprile 1945 gli Il-2 Sturmovik sovietici attaccarono Berlino in quello che si rivelò il più massiccio attacco aereo della storia, con oltre 2.500 velivoli di tutti i tipi. Le quadrinate da 20 mm ed i 37 mm fecero scempio delle formazioni russe. Inoltre, il fuoco dei cannoni principali e delle mitragliere, costringeva i velivoli Alleati a volare ad alta quota rendendo più difficile colpire gli obiettivi. Quello che è certo è che 2.500 aerei fecero anche molti morti tra i difensori ed i civili, che nulla potevano contro una tale massa di velivoli.
Postazioni fisse come le Flaktürme avevano lo svantaggio di essere note e quindi evitate dalle grosse formazioni, che si avvicinavano con rotte lontane dal pericolo delle fortezze.
Ovviamente, è d’obbligo interrogarsi sul valore bellico delle torri, cosa che ha impegnato numerosi studiosi dopo la fine della guerra. Da più parti è stata messa in evidenza come esse fossero ritenute delle formidabili barriere, capaci di incutere vero terrore, tanto che, come abbiamo visto, i Bombardieri pianificavano le rotte verso l’obiettivo tenendo conto della loro ubicazione, e di certo gli Alleati subirono delle perdite a causa loro.
La cosa strana è che le critiche vennero da parte tedesca. Si giunse alla conclusione che gli sforzi per erigere questi mostri avrebbero potuto essere indirizzati verso la costruzione di un maggior numero di rifugi sotterranei per la popolazione e che le Batterie mobili sarebbero state più efficaci per via della loro imprevedibilità.
Da parte americana, invece, si confrontarono le perdite subite con gli abbattimenti registrati dal personale delle Flaktürme, costatando peraltro una notevole congruenza, soprattutto con i dati provenienti dalle torri di Vienna. Le missioni dell’USAAC su Vienna iniziarono nell’agosto del 1943 per terminare nell’aprile del 1945, effettuando 52 incursioni e subendo 135 abbattimenti, circa l’1% di perdite. Per gli equipaggi americani, Vienna era considerato uno degli obiettivi più ostici, tanto che le incursioni sulla città austriaca venivano conteggiate doppie per quanto riguardava il raggiungimento delle fatidiche 35 missioni, numero che dava diritto al rientro a casa.
Un altro esempio può essere il dato giornaliero, particolarmente fortunato o infausto, dipende da che parte lo si guarda, di un singola torre ad Amburgo il 31 dicembre del 1943: ore 11:47 due B-17, ore 12:15 un B-17, ore 12:30 due B-17, ore 12:42 due B-17, ore 13:28 un B-17, per un totale di otto B-17 in una sola giornata!
Come già detto, nel corso della guerra quasi tutte le torri furono colpite. La struttura non subì danni di rilievo, ma lo stesso non si può dire per il personale ed i cannoni.
Il 3 febbraio 1945, la G-Turm di Friedrichshain, ricevette un colpo diretto: una bomba colpì il tetto, causando la deflagrazione di 400 proiettili da 128 mm. Nell’inferno di fuoco persero la vita nove Luftwaffenhelferinnen (le Ausiliarie), dilaniate dalle esplosioni.
Il 18 marzo 1945, la stessa torre di Humboldthain ricevette due bombe in pieno, che danneggiarono in modo serio i pezzi da 128 e causarono numerose perdite. Anche in questo caso, lo scoppio delle granate stivate causò dei danni alle postazioni, tanto che fu dichiarata fuori uso per un breve periodo, fino a quando non furono riparati i cannoni e sistemate le piazzole. Nel terribile computo delle perdite, vanno anche considerate le perdite civili visto che le torri vennero utilizzate anche come rifugi antiaerei.
Dato che furono ospitate fino a 30.000 persone nelle torri Bauart 1, come quelle di Berlino, è chiaro come ci fosse un serio problema di sicurezza, soprattutto se si considera che durante l’intera giornata c’erano più allarmi, sia di giorno che di notte.
Uno studio fatto dalla Polizei e dal Comitato per la Sicurezza Pubblica del Reich indicava che per un bunker di grandi dimensioni l’ingresso di 20-30.000 persone richiedeva circa quindici minuti, poiché le porte d’ingresso erano larghe quattro o cinque metri.
Trascorso questo tempo, le porte venivano irrevocabilmente chiuse e le persone all’esterno dovevano trovare un altro rifugio ancora libero o affidarsi alle trincee paraschegge, dove si rifugiavano i lavoratori coatti, i prigionieri di guerra e le altre persone “non gradite”.
Lo studio mise in evidenza che, nel lasso di tempo fra il suono dell’allarme e quando cominciavano a cadere le prime bombe, passavano in media dieci minuti e che da un varco largo cinque metri potevano passare cinque persone con bagaglio al seguito ogni secondo. In realtà la paura, la calca, la presenza di bambini e anziani, il fiato dei bombardieri sul collo faceva sì che le operazioni si trasformassero ogni volta in una bolgia infernale.
Ad esempio, nell’agosto del 1944 capitò che l’allarme suonò in ritardo e la gente raggiunse il rifugio quando già si sentivano le salve dell’antiaerea. Le scale erano intasate e le persone esercitavano una pressione tale che era come se attraverso la porta si infilasse un cuneo umano. Nel timore di vedersi chiudere la porta in faccia, la folla spinse sempre di più, finché ogni movimento risultò impossibile. Le persone rimasero imbottigliate, come un tappo nel collo di una bottiglia impossibilitata ad entrare. Alcuni soldati tentarono di far uscire qualcuno dall’alto, ottenendo solo di farli piombare al suolo dove furono calpestati a morte. Dieci minuti dopo era tornata la calma, i marciapiedi erano sgombri, ma allineate sulla strada c’erano donne, anziani e bambini vittime del panico. Sulla zona non era caduta neppure una bomba.
Questo è un episodio tra i tanti della guerra portata sulle città tedesche, impossibile da descrivere in questo articolo, e che sto realizzando in uno dedicato ai bombardamenti.
Durante lo scontro finale nella Battaglia di Berlino, le Flaktürme furono considerate degli ostacoli formidabili dallo stesso Maresciallo Zhukov. Furono sottoposte ad attacchi dalle truppe corazzate, con l’uso di Artiglieria Pesante che sparava ad alzo zero sulle torri.
Il 3 maggio 1945, l’ultima delle Flaktürme ad arrendersi fu quella di Humboldthain, sotto il comando dell’Oberst Schäfer, dopo aver resistito all’attacco del 12° Reggimento della Guardia, che con i suoi Cannoni e Carri JS-2 e T-34 martellò incessantemente il bunker. I cecchini sovietici prendevano di mira ogni finestra, dato che da esse i difensori armati di Panzerfaust, MG, granate e tutto quello che si poteva usare per colpire gli attaccanti, opponevano una feroce resistenza. La situazione era talmente disperata, che ci furono diversi suicidi all’interno e alcune giovani ragazze si uccisero gettandosi dalle scale.
Alcune pubblicazioni, riportano che le artiglierie principali da 128 mm, contribuirono alla difesa bersagliando i corazzati dalle loro postazioni. Considerando la massima depressione dei pezzi e la geometria delle protezioni sui tetti, queste non potevano impegnare i bersagli al suolo, tanto più che essendo armi antiaeree non effettuavano il tiro diretto. Si deve quindi attribuire alla propaganda la descrizione di scontri contro i carri armati sovietici. Nonostante questo, queste cittadelle fortificate, seppero resistere vari giorni alle soverchianti forze sovietiche, tanto che i russi in alcuni casi si servirono della popolazione locale per mettere in posizione le artiglierie, nella speranza di evitare i colpi dei cecchini tedeschi. Arrivarono addirittura a legare sui carri delle ragazze, che furono usate come scudi umani causando la capitolazione dei difensori… La guerra era finita!

Visita alla Flakturm di Humboldthain
Nell’ambito della nostra visita alla Capitale tedesca, sulle tracce della Battaglia di Berlino, un intero giorno è dedicato alla Berlino sotterranea, un vero e proprio labirinto nel sottosuolo di questa bellissima città. Ovviamente, il tutto ha che fare con l’ultimo conflitto e con i rifugi che ospitarono la popolazione, che cercò di sottrarsi ai bombardamenti.
Tenendo conto che la guerra è sempre terribile e che le persone perdono la vita, ogni qual volta oggigiorno sento parlare di “bombardamento a tappeto”, effettuato in Afghanistan piuttosto che in Libia o posti similari, mi viene da riflettere se la gente che usa questo termine sappia di cosa stia parlando, se abbia mai visto gli effetti di un “Carpet Bombing”.
Perdonate la digressione e torniamo alla nostra avventura, perché tale si tratta, un vero salto nel passato con tanto di passaggi segreti nella metropolitana dove, con un po’ di immaginazione, ci si può catapultare nel periodo terribile della guerra. Gli spessi muri grigi, le scritte originali, le dotazioni e soprattutto quel odore di umidità, mi fanno tornare alla memoria le molte immagini viste nei documentari, con centinaia di persone ammucchiate, con gli sguardi all’insù, quasi a voler seguire le traiettorie delle bombe che cadevano sulle loro teste. E’ un emozione incredibile, anche perché i letti, le panche, le varie suppellettili originali ci fanno capire che è stata una realtà e noi siamo in luoghi che sessant’anni fa, rappresentavano la differenza fra la vita e la morte per migliaia di persone.
I vari rifugi sono trattati da Marco nel suo articolo e quindi non voglio aggiungere nulla; io invece vi parlerò ancora di Flakturm, ma questa volta perché abbiamo avuto la possibilità di vederne una, perlomeno quanto ne rimane.
L’associazione Berliner Unterwelten prevede, tra i vari itinerari, anche la possibilità di visitare la torre situata nel parco Humboldthain, nei sobborghi settentrionali della città. Un’occasione che non potevamo farci sfuggire. Parcheggiato il nostro mezzo in una via adiacente, ci addentriamo nel parco, dove poco dopo cominciamo la scalata alla collina, in un bellissimo percorso tra sentieri e piste ciclabili. Sulla sommità prendiamo coscienza della vera natura di questa altura in mezzo alla pianura: è quello che rimane della formidabile fortezza antiaerea. Una metà di essa è collassata in seguito ai tentativi di distruzione e, con un paziente lavoro di riempimento, si è creato il fianco di una collina che nel corso degli anni ha subito un processo di imboschimento, regalando ai berlinesi la loro montagna, in una regione altrimenti pianeggiante.
Nel dopoguerra, gli Alleati avviarono un programma atto a smantellare le Flaktürme, sia per recuperare il prezioso acciaio, sia per cancellare l’ingombrante ombra che proiettavano minacciosamente sulla città di Berlino. La distruzione, ma sarebbe più appropriato parlare di tentativo, della Flakturm di Humboldthain merita di essere raccontata.
Dopo la resa della Germania, la zona passò sotto il controllo dell’autorità francese d’occupazione, la quale si mise subito all’opera per smantellare la torre. Il 25 ottobre 1947 i genieri francesi fecero il primo tentativo con il solo risultato di alzare un gran polverone.
Il 13 dicembre distrussero la L-Turm (Torre Radar) con 16 t d’esplosivo. Il 28 febbraio 1948 un altro tentativo sulla G-Turm. Risultato: crollo del muro esterno. Finalmente, il 13 marzo 1948, con l’aiuto di 25 t d’esplosivo, la parte sud collassò, ma la parte nord rimase sostanzialmente intatta. Dal 1950, la parte rimanente è utilizzata dall’Associazione Alpina di Berlino come palestra di arrampicata. Per scongiurare il ripetersi di suicidi, venne montata una protezione d’acciaio alta due metri e mezzo sulla sommità della piattaforma.
Dal 2003 l’associazione Berliner Unterwelten si occupa della gestione delle visite guidate allo scopo di far conoscere ad un vasto pubblico i segreti della Flakturm.
Con le nostre guide esperte ci addentriamo nella torre, passando per una porta situata al piano dei ballatoi, che originariamente erano occupati dalle armi antiaeree secondarie.
La cosa che ci impressiona subito è lo spessore delle mura, che emanano un senso di protezione assoluta dall’esterno. Doveva essere rassicurante aspettare la fine dei bombardamenti all’interno della fortezza.
Indossato un casco protettivo, ci addentriamo seguendo un corridoio perimetrale e raggiungiamo delle scale, le percorriamo in discesa per ritrovarci nelle viscere del mammut. Oltre alla guida, ci sono cartelli con foto e didascalie, che spiegano la loro storia, dal progetto di massima, alla realizzazione finale, proseguendo con il loro utilizzo in guerra sino alla loro fine.
Non mancano le sorprese, come quando ci invitano a sostare sopra una griglia posizionata sul pavimento per scoprire, una volta accese le lampade, che eravamo al centro di un pozzo di circa una ventina di metri di profondità. Devo confessarvi che la vista delle lisce pareti di cemento armato, con chiazze di umidità, davano un senso di lugubre bellezza: era uno dei colossali pozzi di collegamento tra i depositi e le armi sul tetto.
La cosa che però ci fa rimanere a bocca aperta e quando ci ritroviamo in quello che era la vasta sala con travi di cemento armato a vista. Il tetto di questa sala enorme è collassato, lasciando intravedere, attraverso grosse crepe, il groviglio di acciaio che costituisce l’armatura della torre, una vista che lascia senza fiato e che dà il senso della grandezza di questa costruzione. Oltre il soffitto c’è il fianco della collina.
Purtroppo le visite non durano mai quanto vorremmo ed usciamo con la voglia di approfondire ulteriormente il discorso con gli amici del Berliner Unterwelten, esperti conoscitori di quel mondo sotterraneo che è stato capace, con le sue opere spettacolari, di regalarci emozioni intense, come solo la Storia riesce a fare.

(articolo di Daniele Giombelli del 03.06.2011)

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