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Götterdämmerung

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Götterdämmerung
"Il Crepuscolo degli Dei"

Alture di Seelow, Fronte dell’Oder, 16 aprile 1945
La notte era passata tranquilla, nonostante l’attività delle Pattuglie nemiche non lasciasse presagire niente di buono. Anche la pioggia sembrava aver dato un po’ di tregua dopo che per giorni aveva allagato le trincee e costretto gli stremati occupanti dell’ultima linea di difesa del Terzo Reich ad una vita miserrima, di freddo e di stenti.
Le postazioni tedesche di fronte al fiume Oder, al confine con la Polonia, assomigliavano molto a quelle della Prima Guerra Mondiale: un complesso di trincee, nidi di mitragliatrici, punti di resistenza e pezzi anticarro nelle prime linee, seguito da uno schieramento di Artiglieria, riserve corazzate e motorizzate d’Armata nelle immediate retrovie, per una profondità complessiva massima di 8 km.
Di fronte alle trincee, solo i campi minati ed i grovigli di reticolati dividono i 91.000 mal assortiti e mal equipaggiati uomini della 9.Armee del General der Infanterie Theodor Busse dal milione di uomini, dotati dei mezzi più moderni ed in gran quantità, del I Fronte Bielorusso del Maresciallo dell’Unione Sovietica Georgy Zhukov.
Un rapporto di forze di 10:1 per numero di Soldati, di 6:1 per i Carri Armati, di 8:1 per i pezzi d’Artiglieria, di 5:1 per gli aerei. Ovviamente in favore dei sovietici.
Ormai solo la disperazione e la speranza di salvare il maggior numero possibile di civili dall’inarrestabile “orda bolscevica” sorreggono i difensori della Germania europea, visto che le regioni tedesche al di là dell’Oder (Pommern, Posen, Westpreußen ed Ostpreußen) sono già cadute in mano nemica e tutti sanno che non potranno aspettarsi alcuna pietà.
Mentre gli uomini di Zhukov sono coriacei veterani delle Divisioni della Guardia, mossi da odio e sentimenti di vendetta nei confronti “dell’invasore fascista”, armati ed equipaggiati al meglio ed indottrinati da abili Commissari Politici, le formazioni tedesche sono un insieme di Corpi d’Elite (Waffen SS e Fallschirmjäger), di Reparti esperti, seppure sotto organico (Panzergrenadier Division ed Infanterie Division), di Unità di secondo livello (Volksgrenadier Division) e di raccogliticci Battaglioni di Volkssturm, la milizia popolare, in pratica civili di ogni età che, nelle intenzioni del Ministro della Propaganda Joseph Goebbles, dovrebbero fermare i Carri Armati sovietici armati soltanto dei seppur validi Panzerfaust (razzi anticarro portatili) e di vecchi fucili risalenti all’altra guerra.
Alle ore 04:00 l’intero orizzonte si colora di rosso. Un impressionante diluvio di fuoco di 18.000 cannoni di ogni calibro e gittata, oltre alle micidiali Katyusha, si abbatte sulle prime linee tedesche. Visto che il Fronte è ampio meno di 150 km, è come se ci fosse un cannone ogni 5 m! E’ il bombardamento d’Artiglieria più intenso dell’intera Seconda Guerra Mondiale. Nello stesso momento Berlino viene attaccata da 2.500 Bombardieri ed aerei da Attacco al Suolo Sturmovik, nel più pesante attacco aereo della guerra.
Per 30 interminabili minuti ogni zolla di terra o mattone di abitazione è sollevato, ribaltato e scaraventato in aria, più e più volte. Non un solo cm è risparmiato dalla furia devastatrice delle granate e delle bombe. Il Generaloberst Gotthard Heinrici, Comandante dello Heeresgruppe Vistula, in pratica l’intero schieramento tedesco da Dresda al Mar Baltico, aveva previsto l’imminente attacco sovietico e, forte della sua lunga esperienza sul Fronte Orientale, aveva fatto retrocedere gli uomini della Prima Linea di circa 2 km, lasciando solamente pochi presidi ad occupare le trincee per non svelare il proprio trucco ai russi. E’ così che, incredibilmente, il più grande bombardamento d’Artiglieria della storia si risolve con qualche decina di morti ed un terreno sconvolto a tal punto da ostacolare la stessa avanzata dei Carri Armati attaccanti.
Alle ore 04:30 il Maresciallo Zhukov ordina l’attacco delle Divisioni Corazzate appoggiate dalla Fanteria, ma la reazione tedesca è furiosa e disperata, oltre che totalmente inaspettata. Centinaia di Carri Armati bruciano nella pianura alluvionale che separa Seelow dall’Oder, migliaia di corpi sono falciati dalle mitragliatrici e dalla risposta dell’Artiglieria tedesca.
Inoltre, nella presunzione di accecare i difensori, Zhukov aveva ordinato di puntare il fascio di 143 potenti fotoelettriche della Contraerea verso le trincee tedesche, con l’unico risultato di rendere perfettamente visibili le sagome dei propri uomini e dei propri mezzi alla risposta avversaria. Anche il terreno paludoso, impregnato dalla pioggia ed allagato in molti punti, impedisce ai sovietici di avanzare e subiranno di conseguenza perdite enormi.
Per l’intera giornata del 16 aprile Zhukov getta nella mischia ogni risorsa, anche le riserve di Gruppo d’Armata che, nei piani originali, sarebbero servite per allargare la breccia e puntare direttamente su Berlino, ma senza ottenere nulla più di qualche debole penetrazione. Le linee tedesche rimangono intatte.
Più a sud, tra Frankfurt am Oder e Dresda, il I Fronte Ucraino del Maresciallo dell’Unione Sovietica Ivan Konev ottiene qualche successo locale contro la 4.Panzerarmee del General der Panzertruppe Fritz Gräser, che inizia ad arretrare sotto la spinta concentrica di migliaia di Carri Armati sovietici. Per spronare Zhukov, alimentando una vecchia rivalità tra i due Marescialli, il dittatore sovietico Josip Vassirianovich Stalin comunica che avrebbe fatto convergere su Berlino il Gruppo d’Armate che per primo sarebbe riuscito a sfondare le difese dell’Oder-Neisse.
Zhukov non può accettare questo affronto ed è disposto, letteralmente, a massacrare i suoi stessi uomini pur di raggiungere per primo il Reichstag, l’obbiettivo simbolico e politico stabilito da Stalin. Non esita così ad ordinare ai propri Carri Armati di travolgere i Soldati che si fossero fermati a cercare riparo dal fuoco tedesco ed alla propria Artiglieria di bombardare i Reparti che dovessero indietreggiare di fronte al nemico.
Nonostante questa barbarie, i combattimenti dureranno incessantemente per quattro giorni, fino al 19 aprile, quando Heinrici otterrà dal Führer Adolf Hitler l’autorizzazione a ritirare ciò che rimane delle proprie truppe, per scongiurare il completo annientamento.
La Battaglia per le Alture di Seelow costerà alla Germania più di 12.000 morti e 80.000 all’Unione Sovietica, ma non sarà che il prologo per quella seguente, il sanguinoso scontro finale della Seconda Guerra Mondiale in Europa: la Battaglia di Berlino.

Berlin , Sabato 16 aprile 2011
Eccoci qua. Sessantasei anni dopo quei terribili giorni, siamo venuti in questi luoghi per ripercorrere la Storia, quella con la S maiuscola, scritta col sangue di migliaia di uomini e donne che, loro malgrado, si sono trovati nel più grande tritacarne mai esistito.
In nessun luogo come a Berlino e nella zona di occupazione sovietica si ha la chiara percezione della follia umana, della crudeltà, della violenza gratuita perpetrata con metodo scientifico contro milioni (sì, avete letto bene, non ho esagerato: milioni) di civili innocenti. Provate a chiedere ai nipoti degli sfollati da Prussia e Pomerania, o agli stessi tedeschi dell’ex DDR (Deutsche Demokratische Republik, Repubblica Democratica Tedesca) cosa significhi finire sotto il tallone dello stivale sovietico.
E’ comprensibile che il comportamento tedesco nei territori occupati, soprattutto in Unione Sovietica, abbia fomentato odio e senso di vendetta, ma il livello di orrore causato dai “barbari venuti dall’est” non ha uguali nella storia e ha regalato a mezza Europa cinquant’anni di radioso paradiso comunista. In questi cinque giorni in territorio tedesco avremo più volte la conferma di quanto scritto: d’altronde siamo qui per conoscere.
Per nostra fortuna, il dolore che trasuda da ogni mattone, pietra e ciuffo d’erba è mitigato dalla solita goliardia che ci accompagna, così che anche questa Campagna del Kampfgruppe si è rivelata un brillante successo e fonte di nuove conoscenze.
L’avventura inizia alle ore 07:00 a Malpensa, dove siamo in cinque, desiderosi di partire: Davide “Jodler”, Daniele “Sabot”, Alessandro “Quantum”, Danilo “Cash” ed io, “Flieger”.
E’ la prima volta che utilizziamo Air Berlin per i nostri trasferimenti e, non conoscendo le loro procedure e la tolleranza sui bagagli, ho consigliato a tutti di limitare il carico al solo bagaglio a mano, comprimendo all’inverosimile tutto l’abbigliamento e l’attrezzatura.
Danilo è stato il più drastico: non so come, ma è riuscito a fare stare tutto in uno zainetto tipo Invicta. O prevede di fare il bucato o ha deciso di non cambiare la biancheria intima. Problemi del suo compagno di stanza, Daniele. Io dormirò con Alessandro, una vera calamità naturale da quanto mangia: la Merkel non sa quale grave carestia stia per piombare sulla Germania. Davide invece è l’unico che avrà la stanza singola. Avrebbe dovuto dividerla con Sepp, il Teorico, che ha però rinunciato per problemi famigliari.
Il volo si svolge regolarmente e, oltre allo splendido panorama delle Alpi e della Baviera, abbiamo modo di ammirare il granitico fondo schiena di un paio di giovani hostess teutoniche, vero monumento della razza ariana. Ah… che bella la Germania!
Le splendide condimeteo, che fortunatamente ci accompagneranno per tutta la nostra Campagna, e l’avvicinamento per la pista 27R a Berlin Tegel ci permettono di osservare da vicino la capitale tedesca e di cominciare a familiarizzare con alcuni dei suoi più caratteristici punti di riferimento. Arrivando da sud-est incontriamo così la Berlino ex sovietica con l’Aeroporto di Schönefeld, la caratteristica altissima torre di Alexanderplatz e Karl-Marx Allee, vero monumento alla “Nomenklatura” moscovita.
Non possono non saltare all’occhio gli sterminati quartieri di grigi e lugubri palazzoni, che contrastano così violentemente con le colorate costruzioni di Berlino ovest.
Procedendo per l’atterraggio, scorgiamo tra due fila di bellissimi palazzi d’epoca imperiale l’Unter den Linden, il celeberrimo viale berlinese che conduce alla Brandenburger Tor, la Porta di Brandeburgo, anch’essa ben visibile dall’aereo, così come l’altrettanto celebre Reichstag, oggi Bundestag, il Parlamento della Repubblica Federale Tedesca.
Al di là del Reichstag si apre il polmone verde di Berlino, il Tiergarten, il parco del giardino zoologico, a nord del quale scorre placida la Spree, il fiume che si getta nel Wannsee e che crea, insieme con innumerevoli fiumi e canali artificiali, il panorama tipico del Brandenburg: foreste lussureggianti e laghi cristallini, mete turistiche dei berlinesi.
Atterriamo a Tegel, ormai l’unico scalo internazionale di Berlino (Gatow è stato chiuso dal 1995, Tempelhof nel 2007 e Schönefeld è prevalentemente utilizzato per l’Aviazione Generale), e in men che non si dica siamo alla Hertz per prendere possesso del nostro mezzo di locomozione. Avevo chiesto un Ford Galaxy (ormai è una vecchia tradizione), ma ricevo gratuitamente un upgrade al Mercedes Viano, un super van da sette posti ultra confortevole. In realtà, i comfort se li godranno solo i miei compari, poiché, tranne un breve tratto, io sarò sempre alla guida o a litigare con il navigatore satellitare. Dopo il “Never Lost” dell’esperienza americana, pensavo di aver provato il peggio dei GPS. E invece no: il navigatore di serie della Mercedes è del tipo testuale, un sacco di informazioni, sempre corrette, ma senza rappresentazione grafica della rotta.
Per fortuna che, come sempre, siamo ben attrezzati con mappe e cartine.
Lasciamo Tegel Flughafen sul nostro SdKfz. 251 (sì, lo so, sono un fanatico dei gingilli crucchi) in direzione est, verso Seelow Höhen, le Alture di Seelow ed il fiume Oder.
Durante l’ora e mezza di tragitto si delineano o si confermano le caratteristiche dei miei Kameraden. Accanto a me siede Jodler, “scavafango” ricercatore di reperti, esperto di bunker e fortificazioni. Veterano della prima ora (era il lontano 2004), di poche ma sagaci parole, mi aiuta a destreggiarmi tra le varie uscite della tangenziale di Berlino.
Dietro di noi, spaparanzati nelle comode poltrone della Business Class, ci sono gli altri tre.
Sabot, che come me ha partecipato a tutte le Campagne, profondo conoscitore di Storia Militare, nonché esperto di artiglierie ed esplosivi, si è offerto di adoperare la videocamera che immortalerà le nostre zingarate ed io, per la terza volta consecutiva (dopo Normandie 2009 e Amerika 2010) commetto l’errore di fidarmi di lui. Sue saranno le inquadrature di piedi, poggiatesta e marciapiedi, oltre ad avere il vizio di parlare mentre registra, di riprendere con la tremarella, tanto da far venire il mal di mare, e di autoriprendersi da distanza ravvicinata, con l’unico risultato di sembrare il Gatto Silvestro.
Accanto allo “Spielberg di Cassano”, c’è Quantum, esperto navale, ma soprattutto la locusta del gruppo, di fronte al quale le pantagrueliche mangiate di Bratwurst, Schweinhaxl, Gulasch, Knödel e Kartoffeln sono solo dei semplici assaggini.
Infine, “last but not least”, c’è Cash, che non conosce la storia, non ha fatto il militare, non sa nemmeno perché è qui, ma che ci fa sbellicare per le sue sparate sempre fuori luogo. Il suo più grande pregio è avere l’ormone costantemente in fermento (sarà perché è il più giovane?) e di lasciarsi andare con osservazioni estremamente dettagliate delle tante, davvero tante, bellezze locali incrociate un po’ ovunque. Suo è il “Warning! MILF!” che diventerà il tormentone della spedizione (mi dispiace, ma non posso tradurlo. Cercate su internet il significato, possibilmente lontano da sguardi di mogli e minorenni e con le mani rigorosamente fuori dalle tasche).
Ho divagato, quindi torniamo al “core business” del nostro Kampfgruppe.
Con un leggero anticipo sulla tabella di marcia, arriviamo poco dopo mezzogiorno al Gedenkstätte Museum Seelower Höhen, il memoriale dedicato ai caduti sovietici della Battaglia di Seelow, con annesso museo. Per chi si stupisse della cosa, bisogna subito chiarire che molti luoghi che visiteremo, fino al 1989, erano al di là della Cortina di Ferro e che quindi sono nati come vestigia del defunto impero sovietico e del Patto di Varsavia.
Il luogo dove sorge il museo è esattamente quello che ospitava le postazioni della 20.Panzergrenadier Division che con i suoi cinque (!) Panzer Panther G ed i famosi Cannoni Anticarro Flak 36 da 8,8 cm provò a contrastare il muro d’acciaio della 8 Armata Guardie del Maresciallo dell’Unione Sovietica Vasily Chuikov, l’eroe di Stalingrado. Contro ogni previsione, il sapiente utilizzo delle armi a disposizione, lo sfruttamento del terreno e la disperazione con cui combatterono veramente fino all’ultimo uomo permisero ai difensori della Germania di resistere per ben quattro giorni, dal 16 al 19 aprile 1945.
Salvo qualche uniforme ed alcune armi individuali, di tutto ciò c’è ben poco nel piccolo museo. Del Fronte opposto ci sono invece divise, armi, equipaggiamenti, mappe ed altro.
Sul piazzale fanno bella mostra di sé i protagonisti della battaglia: un Carro Armato T-34/85, il Lanciarazzi BM-13 Katyusha, un Obice da 152 mm, un Cannone Anticarro da 76 mm ed un Mortaio Pesante da 100 mm. Alle spalle del museo, proprio in vetta alla collina, c’è il cimitero sovietico ed un’imponente statua di bronzo raffigurante un Fante sovietico armato di PPSh-41, la Pistola Mitragliatrice simbolo di tante battaglie sul Fronte Orientale.
La cosa più interessante è l’ottima visuale che si ha dell’intera piana alluvionale dell’Oder, in pratica l’area della battaglia, con all’orizzonte la città di Küstrin (oggi Kostrzyn, in Polonia) e le colline Reitwein Spur, da dove il Maresciallo Zhukov diresse l’assalto. Una mappa molto dettagliata aiuta il visitatore ad orientarsi.
Ho letto molti libri sul Götterdämmerung, il Crepuscolo degli Dei, come Hitler stesso definì l’annichilimento del Terzo Reich, ed essere ai “confini d’Europa” rappresenta un momento di profonda riflessione. Qui iniziò la Seconda Guerra Mondiale quando, il 1° settembre 1939, le truppe della Wehrmacht varcarono il confine polacco. E qui iniziò la fine della Germania ed il dominio sovietico su mezza Europa il 16 aprile 1945.
Cinque anni e mezzo che sconvolsero l’Europa e che portarono a quei profondi sconvolgimenti che trasformarono il continente, facendoci conoscere 45 anni di Guerra Fredda e, soprattutto, soggiogando l’intera popolazione dell’est europeo ad un clima di sospetto e paura. Questo ciclo nefasto si è concluso il 16 novembre 1989 con l’abbattimento del muro di Berlino, 50 anni esatti dopo Fall Weiß, l’invasione tedesca della Polonia.
Ci confrontiamo su questi pensieri, mentre saliamo sul nostro Mercedes e lasciamo il museo, ma il brontolio dello stomaco è più forte. Ci fermiamo appena fuori Seelow in un tipico chiosco dove sbafiamo il primo pasto tedesco, ovviamente Bratwurst mit Kartoffeln.
Dallo sguardo soddisfatto dei miei soci constato con piacere che la cucina locale è più che gradita. Ne faremo un’ampia conoscenza nei prossimi giorni.
Lasciamo Seelow e puntiamo decisamente su Berlino, meta del nostro viaggio. Attraversiamo la periferia orientale, piuttosto squallida come quella di tutte le grandi città, con i suoi grigi e tetri palazzoni, i caratteristici Straßenbahn (tram) ed i tanti negozi turchi e pachistani che hanno sostituito i grandi magazzini in stile moscovita.
La nostra prossima tappa è il Deutsch-Russisches Museum Berlin-Karlshorst, il museo russo-tedesco ospitato nella storica villa del quartiere Karlshorst, appunto, dove il Generalfeldmarschall Wilhelm Keitel firmò l’8 maggio 1945 la resa incondizionata della Germania al Maresciallo Georgy Zukhov, dopo che il giorno precedente il Five-Star General Dwight D. Eisenhower ne aveva accettato la richiesta dal Generaloberst Alfred Jodl, Capo Ufficio Operazioni dell’OKW (OberKommando der Wehrmacht), su delega del Großadmiral Karl Doenitz, nuovo Reichspräsident della Germania dopo la morte di Hitler.
Alla cerimonia di Karlshorst parteciparono l’Air Marshal della RAF Sir Arthur Tedder, Deputy di Eisenhower e rappresentante della Gran Bretagna, il Four-Star General Carl A. Spaatz, Capo di Stato Maggiore dell’USAAC e rappresentante degli Stati Uniti ed il General d’Armee Jean de Lattre de Tassigny, rappresentante della Francia.
La villa, costruita tra il 1936 ed il 1938, è un bel edificio maestoso e marziale, che ospitava il Circolo Ufficiali della Pionierschule, la Scuola del Genio, fino al maggio 1945, quando divenne la sede dell’Amministrazione Militare Sovietica. Il 10 ottobre 1949 un’altra firma importante venne posta sulle stesse scrivanie, quando il Maresciallo Vasily Chuikov, amministratore della città, decretò la nascita della Deutsche Demokratische Republik.1967 la villa ospitò il “Museo della resa incondizionata della Germania fascista nella Grande Guerra Patriottica 1941-1945”. In seguito, nel 1994, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il titolo fu convertito in un più “politically correct” Museo russo-tedesco.
Nel grande parco sono sistemati i mezzi protagonisti della Battaglia di Berlino: i Carri Armati T-34/85 e JS-2, i Semoventi d’Artiglieria SU-100 e ISU-152, il Lanciarazzi BM-13 Katyusha, l’Obice da 152 mm ed il Cannone Anticarro da 76 mm.
All’interno della villa la collezione è piuttosto vasta e completa, anche se è, per così dire, monotematica. Ogni pannello, illustrazione, vetrina o mappa illustra quanto i sovietici siano bravi e forti, quanto il comunismo sia superiore al capitalismo, quanto l’avvenire socialista sia limpido e radioso.
Il nostro Teorico Sepp direbbe che si tratta di un evidente esempio di “Cospirazione Globale”, io dico semplicemente che è una montagna colossale di menzogne e che dal punto di vista dello storico dilettante, quale immodestamente mi ritengo, è solo propaganda della peggior specie. Ci sono tanti documenti e reperti interessanti: se non ci fossero le didascalie “patriottiche” sarebbe davvero una collezione di prim’ordine.
Lasciamo Karlshorst con quel senso di incompletezza che si prova quando la realtà è inferiore alle attese. Ci consoliamo al pensiero che, se non altro, siamo stati in un luogo storico e, si sa, a noi piace rivivere la storia.
Il successivo appuntamento è con il primo Then&Now della Campagna. Nella nostra continua ricerca dei luoghi simbolo delle umane vicissitudini, cercheremo di identificare la caserma della Stabswache Berlin Leibstandarte, la Guardia personale del Führer ed embrione della leggendaria 1.SS Panzerdivision Leibstandarte Adolf Hitler, l’Unità più decorata di tutte le forze armate tedesche insieme alla 2.SS Panzerdivision Das Reich, ed impiegata ininterrottamente per tutta la guerra, su tutti i Fronti, tranne in Nord Africa.
Formalmente creata nel 1933 come servizio di scorta e protezione per il nuovo Cancelliere, anche se trae origine dalle Stoßtrupp delle SA del 1923, la Stabswache era ospitata in una grande caserma nel quartiere Lichterfelde, periferia sud-ovest di Berlino. L’imponente costruzione, riparata dopo i danni provocati dai bombardamenti, è sopravvissuta fino ai giorni nostri ed ospita il Bundesarchiv, l’Archivio di Stato.
Riconosciamo l’edificio da lontano, la sua mole non si può nascondere, ma le fotografie saranno purtroppo inevitabilmente disturbate da un grosso cartellone pubblicitario posto proprio di fronte all’ingresso principale che ci limita la vista.
L’ultima tappa di questa lunga giornata è all’Olympiastadion, lo stadio costruito appositamente per le Olimpiadi del 1936. La costruzione è davvero maestosa ed imponente: la struttura, i monumenti e le decorazioni in marmo mettono davvero in soggezione e ben rappresentano l’ideale di potenza e di modernità che voleva dare di sé la Germania nazionalsocialista del Terzo Reich.
La piazza antistante l’ingresso principale dello stadio, anch’essa immensa, è circondata da centinaia di alte aste dove non è difficile immaginare quale bandiera sventolasse nel 1936.
L’ingresso stesso avviene attraverso due alte colonne in pietra che sorreggono i cinque cerchi olimpici e che allora erano la base per una gigantesca aquila, abbattuta alla fine della guerra, così come molti altri monumenti, durante l’opera di de-nazificazione.
Purtroppo per noi lo stadio non è visitabile. E’ appena terminata una partita di calcio della squadra di casa, l’Herta Berlin, e stanno smontando le apparecchiature della TV. La visita è solo rinviata, ci torneremo martedì per esaminarlo con calma.
Non ci resta che andare in albergo, ma mi ero preparato a questo momento e voglio lasciare i miei amici a bocca aperta. Volutamente, anche se abbiamo allungato di parecchi km, nel nostro girovagare pomeridiano per Berlino ho evitato accuratamente anche solo di avvicinarmi al centro per riservare all’ingresso in città la giusta importanza ed enfasi.
Ora il momento è giunto. Lasciato l’Olympiastadion per Spandauer Damm e Kaiserin-Augusta Allee, giungiamo come previsto al Siegessäule, il monumento alla vittoria sui francesi nella Guerra Franco-Prussiana del 1870. Percorro lentamente l’ampia rotonda intorno all’obelisco per imboccare la maestosa Straße des 17.Juni, che allora si chiamava Ost-West Axe, l’asse che taglia Berlino da est ad ovest.
Il viale si apre all’interno del Tiergarten, il parco del giardino zoologico, e sullo sfondo, memorabile, si staglia la Porta di Brandeburgo. Lo spettacolo è incomparabile, sono riuscito ad ammutolire i miei molto loquaci compari, la sorpresa ha avuto effetto.
Percorro l’Axe ad andatura ridotta, prendendoci tutto il tempo di fissare nella memoria quanti più dettagli possibile. Il traffico non è un problema, anzi, mi stupisce la ridotta quantità di automobili nonostante sia sabato sera, ma ci accorgeremo nei prossimi giorni che la maggior parte dei berlinesi utilizza i mezzi pubblici o la bicicletta e la guida sarà sempre estremamente rilassata. Altro che da noi.
Un attimo prima di Brandenburger Tor svolto a sinistra e sbuchiamo proprio di fronte al Bundestag, anche se nessuno lo chiama così e tutti continuano a chiamarlo Reichstag.
Dai commenti entusiasti ritengo che lo spettacolo abbia avuto effetto ed è solo l’assaggio della Berlino del Terzo Reich, che avremo modo di esaminare il giorno seguente.
Arriviamo finalmente al nostro hotel, un Best Western in posizione centralissima che, per una curiosa coincidenza, sorge accanto al poderoso bunker di quattro piani delle Reichsbahn, le ferrovie del Terzo Reich. La costruzione attrae subito l’attenzione di Davide, il nostro esperto di cemento armato, che ne valuta ad occhio consistenza e qualità.
Entrando nelle nostre stanze, abbiamo la sorpresa che temevo: i letti sono matrimoniali.
Ma allora è un vizio? Era già successo in Normandia e per ben due volte.
In un attimo tiro su un nuovo muro di Berlino e avviso Alessandro che avrei reagito con una “risposta massiccia” ad ogni violazione del mio spazio aereo. Immaginiamo sghignazzando la situazione in cui si trova Danilo accanto a Daniele, taglia M contro XXL.
Ci ritroviamo alle 19:30 nella hall per andare al ristorante consigliato da Davide, il Kartoffelnkeller, vicino a noi ed ottimo. Ho mangiato un Gulasch di cervo che era la fine del mondo ed i miei compari non sono certo da meno. Alessandro dà dimostrazione della sua inesauribile capienza trangugiando uno Schweinhaxl di dimensioni ciclopiche con una naturalezza ed una serenità davvero invidiabili.
Approfittiamo della frescura serale per fare due passi in centro e, soprattutto, per digerire i brontosauri. Attraversiamo la Spree proprio sul ponte della Friedrichstraße Bahnhof utilizzato da Martin Bormann, Segretario del NSDAP (NationalSozialistische Deutsche ArbeiterPartei, Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi) e Segretario personale di Hitler, durante il tentativo di fuga compiuto nelle prime ore del 2 maggio 1945 insieme ad Artur Axmann, il capo della Hitlerjugend, la Gioventù Hitleriana, e Ludwig Stumpfegger, il chirurgo personale di Hitler.
Poco dopo il ponte che stiamo attraversando, il gruppo di Bormann fu bersagliato dalle Pattuglie nemiche, ma mentre il cadavere del Dr Stumpfegger venne in seguito identificato, su quello presunto di Martin Bormann vi furono pareri contrastanti, tanto che, secondo il cacciatore di nazisti in fuga Simon Wiesenthal, il Segretario del NSDAP riuscì a raggiungere il Paraguay dove morì a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta.
Questa nota storica è la degna conclusione di una giornata intensa, preludio di quello che ci aspetta e, colpa della stanchezza o dei boccali di birra del Kartoffelnkeller, ci addormentiamo pochi secondi dopo essere sprofondati nei piumoni del letto.
Domani ci attende la Battaglia di Berlino.

Berlin, 20 aprile-2 maggio 1945
20 aprile - E’ il 56° compleanno del Führer Adolf Hitler e Zhukov ha deciso di fargli gli auguri in un modo indimenticabile. Prima ancora dell’alba, l’intero I Fronte Bielorusso apre il fuoco con tutti i pezzi d’Artiglieria disponibili che andranno avanti ininterrottamente fino alla resa della guarnigione di Berlino, il 2 maggio, smontando letteralmente Berlino mattone per mattone.

21 aprile - Inizia l’opera di accerchiamento della capitale tedesca con il I Fronte Bielorusso ad est e a nord della città ed il I Fronte Ucraino del Maresciallo Konev a sud.
A nord, intorno a Stettin, la 3.Panzerarmee del General der Panzertruppe Hasso Von Manteuffel resiste agli attacchi frontali del II Fronte Bielorusso del Maresciallo Konstantin Rokossovsky, impedendo l’avanzata verso il Mar Baltico.
Intanto nel bunker sotto la Cancelleria, Hitler muove sulle mappe Divisioni inesistenti ed emana direttive che nessuno è in grado di eseguire. Ordina alla 4.Panzerarmee di attaccare da sud il I Fronte Ucraino e di ricongiungersi ad est di Berlino con la 3.Panzerarmee, consentendo al III.SSPanzerkorps dell’Obergruppenführer Felix Steiner di accerchiare e distruggere il I Fronte Bielorusso. Considerata l’enorme disparità di forze ed il fatto che i Reparti siano già pesantemente impegnati in combattimento e non in grado di manovrare, il piano è assolutamente irrealizzabile e denota quanto il Führer stia perdendo il contatto con la realtà. Il Comandante dell’Heeresgruppe Vistula Generaloberst Gotthard Heinrici chiede più volte l’autorizzazione a poter ridispiegare le sue stremate truppe su posizioni più difendibili, ma ottiene solo un secco rifiuto e l’ordine di non cedere neppure un metro.

22 aprile - Durante la riunione pomeridiana sulla situazione, Hitler si abbandona ad una rabbia isterica colma di lacrime e, per la prima volta, dichiara che la guerra è perduta e che sarebbe rimasto a Berlino fino alla fine per poi suicidarsi, provocando lo sconcerto dell’intero staff dell’OKW. Il Generaloberst Jodl propone allora un piano disperato: ordinare alla 12.Armee del General der Panzertruppe Walther Wenck di sganciarsi dal combattimento con l’US Army nei pressi di Magdeburg, di effettuare una conversione di 180° e di ricongiungersi con i resti della 9.Armee del General der Infanterie Theodor Busse, per poi convergere da sud per soccorrere Berlino.
Intanto, i sovietici avanzano incuranti delle perdite e delle difficoltà. Al calare della notte, una punta avanzata del I Fronte Ucraino penetra l’anello difensivo più interno.
Konev può comunicare a Stalin di aver messo piede per primo a Berlino.

23 aprile - Il I Fronte Ucraino inizia ad impegnare la 12.Armee in movimento in direzione nord-est. Hitler nomina il General der Artillerie Helmut Weidling comandante della difesa di Berlino e gli affida pieni poteri per l’organizzazione delle risorse rimanenti.

24 aprile - Elementi del I Fronte Bielorusso e del I Fronte Ucraino completano l’accerchiamento della città ed assediano Postdam, ben ad ovest della capitale. In città la situazione dei civili si aggrava di ora in ora: manca elettricità, acqua e gas, i servizi igienico-sanitari non funzionano più e l’artiglieria sovietica martella incessantemente i passanti in fila per le razioni d’emergenza.

25 aprile - Il II Fronte Bielorusso vince le ultime resistenze della 3.Panzerarmee intorno a Stettin e punta decisamente verso ovest per ricongiungersi al XXI Corps britannico. Più a sud, nei pressi di Torgau, sul fiume Elbe, elementi della 5 Armata Guardie prendono contatto con la 1st US Army del Four-Star General Courtney Hodges.
La Germania è ora tagliata in due.
Il I Fronte Bielorusso inizia ad avanzare nei quartieri orientali e settentrionali della città scontrandosi con la fanatica resistenza della 9.Fallschirmjäger Division.
Nel settore meridionale della città, l’8 Armata Guardie del Maresciallo Chuikov e la 1 Armata Corazzata Guardie del Maresciallo Katukov si impadroniscono dell’Aeroporto di Tempelhof, difeso fino all’estremo da formazioni della Hitlerjugend e della Luftschutz, la Difesa Contraerea. Nella notte cadono i ponti di Spandau, ad ovest della città.

26 aprile - Caduti i sobborghi esterni, la battaglia si restringe intorno ai quartieri di Mitte, Kreuzberg e Prenzlauerberg, ovvero la “Zitadelle”, la zona dei Ministeri, dei teatri, dei negozi e dei palazzi storici. L’avanzata sovietica verso il centro città procede lungo alcuni assi principali: da sud-est in direzione Alexanderplatz, da sud verso Potsdamerplatz e da nord lungo la Spree per arrestarsi vicino al Reichstag. Il ponte Moltke nei pressi del Reichstag, Alexanderplatz ed i ponti sullo Havel a Spandau sono i luoghi dove si combatte più furiosamente, con scontri casa per casa e micidiali corpo-a-corpo.

27 aprile - Cade l’Aeroporto di Gatow. Cruenti combattimenti, con perdite enormi da entrambe le parti, infuriano intorno ad Anhalter Bahnhof e ad Alexanderplatz.

28 aprile - Il Generaloberst Heinrici rifiuta l’ordine di Hitler di tenere Berlino a qualunque costo e viene quindi sollevato dall’incarico e sostituito dal Generaloberst .

29 aprile - Hitler riunisce per l’ultima volta i suoi collaboratori, espone la situazione generale ed infine li congeda definitivamente, non prima di aver fatto giurare ad ognuno di loro di non lasciarsi prendere vivo.
A mezzogiorno i soldati di Chuikov combattono nella Voßstraße, sulla quale si affacciano i palazzi della Reichskanzlei e del Reichsluftfahrtministerium, difesi dai volontari francesi della 33.Waffen-Grenadierdivision der SS Charlemagne. A Tempelhof 1.200 adolescenti della Hitlerjugend tengono ancora saldamente un tratto dell’aeroporto.
Il tentativo di sganciamento ideato dal General der Artillerie Weidling per una sortita verso Spandau si conclude in un massacro. A nulla possono i pochi Carri Armati rimasti della 18.Panzerdivision e della Müncheberg, i Paracadutisti della 9.Fallschirmjägerdivision ed i volontari scandinavi della 11.SSPanzergrendier Division Nordland contro il muro di fuoco e acciaio scatenato dal I Fronte Ucraino del Maresciallo Konev.

30 aprile - Mentre le forze sovietiche combattono di strada in strada verso il centro di Berlino, Adolf Hitler sposa Eva Braun. Poco dopo il Führer si suicida assumendo cianuro e sparandosi. Il suo corpo viene avvolto nelle coperte impregnate di benzina e carbonizzato assieme a quello di Eva Braun, che lo ha voluto seguire anche nell’ora della morte.
Intorno a mezzogiorno, i Reggimenti della 3 Armata d’Assalto del I Fronte Bielorusso superano il ponte Moltke ed inizia l’aspra battaglia per la conquista del Reichstag, difeso da circa 2.000 SS. La lotta per questo simbolo del nazismo si protrarrà per quasi 48 ore.

1 maggio - I miseri resti delle Divisioni Müncheberg, Nordland e Charlemagne si radunano nel Tiergarten. Sono poco più di 800 uomini malridotti, senza cannoni, mortai e mitragliatrici pesanti e con appena cinque Panzer (due vecchi Cacciacarri Elefant, due Königstiger ed un Panther). Spinti dalla forza della disperazione, tentano nuovamente di sfondare in direzione di Spandau, dividendosi in due Kampfgruppe.
Il primo gruppo lascia il Führerbunker alle 21 ed è comandato dal Brigadeführer Wilhelm Monke, responsabile della difesa della Zitadelle, e raccoglie anche i superstiti della 1.SSPanzerdivision Leibstandarte. Monke ordina di riunire tutta la benzina e gli esplosivi rimasti e di far saltare il bunker, per poi dirigersi verso la stazione della metropolitana di Wilhelmplatz e percorrere i tunnel sotterranei in direzione nord-ovest. Tra loro c’è il Gruppenführer Hans Baur, il Pilota personale di Hitler, lo Sturmbannführer Otto Günsche, la Guardia del Corpo di Hitler, l’Ambasciatore Walther Hewel e le Segretarie del Führer.
Riescono a percorrere un paio di km prima di venire scoperti. Alcuni muoiono nello scontro, altri si suicidano, altri ancora sono catturati, tra cui gli stessi Monke e Günsche.

2 maggio - Intorno alle 01:30, il secondo gruppo lascia la Cancelleria seguendo lo stesso percorso. Tra loro ci sono diversi membri dello Stato Maggiore del Führer, Martin Bormann ed il Dr Stumpfegger, ma non hanno miglior fortuna. Nonostante l’appoggio di due Tiger, nel quartiere Moabit incontrano un posto di blocco sovietico dell’onnipresente I Fronte Bielorusso e nello scontro che segue il Dr Stumpfegger viene ucciso.
Il General der Artillerie Weidling, Comandante della Difesa di Berlino, incontra il Maresciallo Chuikov per concordare un cessate il fuoco e la resa incondizionata. Alle ore 08:23 il documento è firmato e viene divulgato tramite altoparlanti in tutta la città:

“Il 30 aprile 1945 il Führer si è suicidato liberandovi dal giuramento di fedeltà che avete prestato nei suoi confronti. Secondo gli ordini del Führer, voi, soldati tedeschi, avreste dovuto continuare a combattere nonostante l’esaurimento delle munizioni e nonostante la situazione renda ogni ulteriore difesa priva di ogni speranza. Io ordino l’immediata cessazione di ogni resistenza.
Weidling. General der Artillerie, Comandante Distrettuale della Difesa di Berlino”.

Nel pomeriggio cade anche il secondo piano del Reichstag e due sergenti russi si arrampicano sul tetto per issarvi la bandiera dell’Unione Sovietica. L’impresa è immortalata dai reporters e diverrà una delle più celebri immagini del conflitto. Anche la guarnigione di Spandau e quella della Flakturm al Tiergarten si arrendono ai russi, ma nei pressi della Cancelleria i combattimenti proseguono fino a pomeriggio inoltrato ad opera di sbandati del Battaglione SS di Monke che, ignari di tutto, continuano a combattere.
Dal 16 aprile al 2 maggio 135.000 Soldati sovietici, 125.000 Soldati tedeschi e 95.000 civili berlinesi hanno trovato la morte nella Battaglia di Berlino.

Berlin, Domenica 17 aprile 2011
Il momento tanto atteso è giunto: questa mattina visiteremo la Zitadelle nei dettagli ed al pomeriggio abbiamo appuntamento con gli amici di Berliner Unterwelten, l’associazione che ha lo scopo di esplorare e fare conoscere la storia sotterranea di Berlino, per una visita guidata nelle viscere della capitale del Terzo Reich.
Dopo una notte insonne passata a lottare con il piumone troppo corto e a dare cazzotti a Quantum che russa come un trombone, la sveglia mi libera da questo incubo. L’appuntamento è alle 07:00 al ristorante dell’albergo per il consueto assalto al buffet, ma, come nella migliore tradizione del Kampfgruppe, almeno un quarto d’ora prima butto giù a calci la porta della camera di Sabot e Cash, voglio vedere come se la sono cavata.
Orrore! Sono ancora in mutande! Bisogna correre ai ripari e tornare ai bei vecchi metodi da caserma, con sbrandamento, gavettone e reazione ginnica. Tutte queste comodità hanno fatto imborghesire i Kameraden del Kampfgruppe, ma per fortuna che a settembre, ad El Alamein, dormiremo in tenda e mangeremo scorpioni.
A proposito di mangiare, la direzione dell’hotel è costretta a chiedere fallimento dopo il nostro passaggio, anche se notiamo increduli che Alessandro non è particolarmente in forma, mangia solo un panino con la marmellata. Scopriremo solo nel pomeriggio che, causa il freddo o i sapori cui non è abituato, il nostro trinacrio è in preda alla dissenteria.
Iniziamo la nostra esplorazione del distretto centrale di Berlino, la famosa Zitadelle, puntando direttamente verso la Porta di Brandeburgo, il simbolo della città. Attraversando la Spree sul ponte di Wilhelmstraße, la via su cui sorgono tutti i palazzi legati al periodo hitleriano, abbiamo un colpo d’occhio memorabile del Reichstag e della sua cupola vetrata e, pochi minuti dopo, raggiungiamo l’Unter den Linden e Pariser Platz. Che dire? Io sono stato a Berlino una mezza dozzina di volte (non poteva essere altrimenti, vero?), ma ogni volta che, al centro dell’Unter den Linden, ammiro la Siegessäule attraverso le colonne del Brandenburger Tor provo un’emozione indescrivibile.
Qui si è fatta la Storia. Attraverso queste colonne hanno marciato al passo dell’oca le Camicie Brune dei SturmAbteilungen e le Camicie Nere delle SchutzStaffeln, su questo asfalto hanno sfilato i mezzi corazzati delle Panzerdivisionen in parata, in questa piazza si sono svolte le adunate oceaniche del Partito Nazionalsocialista, in questi palazzi si è deciso il destino del mondo e qui il vecchio Generalfeldmarschall und Reichspräsident Paul Von Hindenburg nominò il 30 gennaio 1933 suo successore e Reichskanzler, Cancelliere della Germania, l’astro nascente della politica tedesca, l’austriaco Adolf Hitler.
Allo stesso modo, questi stessi luoghi sono la muta testimonianza di una delle più sanguinose battaglie che l’umanità ricordi, che tanta sofferenza ha causato alla popolazione tedesca. Rimaniamo attoniti di fronte a tale immensità.
Fotografiamo ogni dettaglio e ne approfitto per realizzare alcuni Then&Now. Oltre al Brandenburger Tor, sulla piazza è ancora presente l’Adlon Hotel, la residenza di lusso dei gerarchi del NSDAP e delle delegazioni straniere in visita di Stato, l’Akademie der Künste, l’Accademia di Belle Arti fondata da Federico I di Prussia nel 1696, le Ambasciate di Francia ed Inghilterra. In realtà, tutti i palazzi della Zitadelle sono stati distrutti o pesantemente danneggiati durante l’assedio della città, ma ricostruiti dopo la guerra mantenendone inalterato l’aspetto e lo stile.
Non è stato invece ricostruito, perché ritenuto troppo legato al passato regime, il palazzo del Reichsminister für Rüstung- und Kriegsproduktion (Ministro degli Armamenti ed Approvvigionamenti) Ingegnere Fritz Todt, al quale succedette dopo la sua morte nel 1942 l’Architetto Albert Speer. Al posto del vecchio edificio, sorge ora l’Ambasciata degli USA.
Proseguiamo la nostra passeggiata lungo Wilhelmstraße, alla nostra sinistra sfilano i palazzi perfettamente conservati che ospitavano il Ministero della Scienza e Pubblica Istruzione ed il Ministero della Giustizia, mentre a destra, al posto del Ministero dell’Agricoltura, del Ministero degli Esteri e del Palazzo Presidenziale sorgono anonimi palazzoni stile anni Settanta.
Quando passo sotto ad uno di questi casermoni servendomi di un porticato, i miei soci mi prendono per matto ma, fiduciosi, mi seguono fino a che li conduco in un… parcheggio.
“Siamo arrivati. Interessante, vero?”, chiedo io, gustandomi l’espressione da ebete di Alessandro e Danilo. Davide e Daniele, invece, sghignazzano sotto i baffi sapendo in anticipo dove andrà a parare la mia commedia.
E’ Danilo, “lo Yankee ignorante” del gruppo, a parlare per primo: “Ma dove ci hai portati: in un parcheggio? Per me era meglio andare all’Artemis!”. Non che abbia tutti i torti, ma siamo qui per la storia e non per sollazzarci con le bellezze locali.
Siamo dove sorgeva il giardino della Reichskanzlei, la Nuova Cancelleria. Per la precisione, siamo esattamente sulla verticale del Führerbunker, il bunker dal quale Hitler ed il suo staff condussero l’ultima fase della guerra e dove, il 30 aprile 1945, egli si suicidò insieme a sua moglie, Eva Braun.
A proposito di bunker bisogna aprire una piccola parentesi. Come riportato da innumerevoli libri e documentari, e come avremo modo di approfondire nel pomeriggio, sotto ai nostri piedi si estende la Berlino sotterranea, un complesso di costruzioni e corridoi vasto tre volte la città di superficie degli anni Trenta. E’ una rete inimmaginabile, una realizzazione ciclopica, che solo di fronte ad un’animazione tridimensionale si può realmente apprezzare. Questo network sotterraneo era nato per volere di Hitler e doveva duplicare l’intero apparato statale più le installazioni per accogliere la Wehrmacht e la popolazione civile al momento dei primi bombardamenti e dovevano essere tutte interconnesse; c’era perfino un’autostrada a quattro corsie. Bisogna ammettere che senza questi ricoveri probabilmente non sarebbe sopravvissuto nemmeno un berlinese alle massicce campagne di bombardamento condotte dalla RAF e dall’USAAC.
Al termine della guerra, l’amministrazione Alleata ne distrusse buona parte o, almeno, tentò di farlo, poiché le moderne tecniche d’ingegneria civile e l’ottima qualità del cemento e dell’acciaio tedesco vinsero in gran parte le seppur ingenti quantità di esplosivo utilizzate per la demolizione. Si decise quindi di murare gli accessi e Madre Natura ha fatto il resto, allagando i livelli inferiori dei bunker. Berlino sorge su una vasta area paludosa dove la falda acquifera è in molti punti appena sotto la superficie e, senza una complessa ed efficiente rete di pompe di drenaggio, la maggior parte delle costruzioni sotterranee è oggi invasa dall’acqua.
Sapere che sotto i nostri piedi sono celati i resti del centro nevralgico del Terzo Reich non ci lascia indifferenti e, infatti, cartina alla mano, cerchiamo di identificare le stanze del bunker. “Qui c’era lo studio di Hitler”, “Qui la stanza di Eva Braun”, “Qui sotto c’è la sala riunioni”, “E qui invece la studio di Goebbles”…
In superficie, tranne un pannello illustrativo che descrive quanto noi sappiamo già, non c’è alcuna traccia né della vecchia né della nuova Cancelleria, i sovietici hanno distrutto tutto.
E’ così che sbuchiamo in Voßstraße, dove una volta si affacciava l’ingresso maestoso e sfarzoso della Reichskanzlei, presidiato giorno e notte dalle SS della Leibstandarte.
All’incrocio con Wilhelmstraße si apriva Wilhelmplatz, sulla quale si affacciavano gli uffici della Direzione Generale delle Ferrovie e del Ministero della Propaganda, feudo personale del Propagandaleiter Joseph Goebbles, nonché Gauleiter di Berlino, Capo della sezione berlinese del partito nazionalsocialista. I palazzi sono ancora in piedi, ma ovviamente adibiti ad altro scopo. Sulla piazza sorgeva anche il Kaiserhof Hotel, il primo hotel di lusso di Berlino, distrutto dai bombardamenti nel 1943 e mai più ricostruito.
Al centro della piazza si apre tuttora la scalinata che porta alla Wilhelmplatz U-Bahnhof, la stazione della metropolitana, dalla quale transitarono i due gruppi in fuga dalla Cancelleria nella notte tra il 1° ed il 2 maggio 1945.
L’ultimo palazzo prima di Leipzigerstraße alloggia, oggi come allora, il Ministero delle Finanze che, insieme alla Direzione Generale delle Poste, non ha mai cambiato sede.
Il successivo complesso, chiamarlo palazzo è riduttivo visto che occupa due interi isolati, era il Reichs- Luftfahrtministerium, il Ministero dell’Aeronautica, dove governava incontrastato il Reichsmarschall Hermann Goering, più noto per la sua megalomania che per essere stato un Asso della Luftwaffe della Prima Guerra Mondiale, che conobbe Hitler nel 1921 aderendo immediatamente al movimento nazionalsocialista, allora poco più che un insieme di piccoli gruppi politici di estrema destra.
Il palazzo di Goering, sopravvissuto alle bombe, è talmente grande che ospita al suo interno diversi ministeri ed amministrazioni della moderna Germania. Ci giriamo intorno fino ad arrivare alla tristemente famosa Prinz-Albrechtstraße, tanto che dopo la guerra ha cambiato nome in Niederkirchnerstraße, ed al suo “quadrilatero del terrore”, visto che in questo isolato sorgevano gli apparati di sicurezza del Terzo Reich.
Gli oppositori del regime nazista ed i membri dei vari movimenti di Resistenza nei Paesi occupati conobbero sicuramente le celle sotterranee della GESTAPO (GEheime STAats POlizei, Polizia Segreta di Stato), organizzazione che fu allestita inizialmente da Goering nel 1933 e formata dai migliori elementi della KRIPO, la KRIminal POlizei, diretta dall’austriaco Ernst Kaltenbrunner.
Dalla parte opposta dell’isolato sorgeva il Sicherheitsdienst, conosciuto come SD, il Servizio Segreto delle SS creato nel 1932 da Reinard Heydrich con il preciso scopo di perseguitare i nemici dello Stato e di mettere in atto la Endlösung der Judenfrage, la “soluzione finale della questione ebraica”.
In mezzo a questi due edifici trovavano posto gli uffici del Reichsführer SS, Heinrich Himmler, l’uomo più potente del Terzo Reich dopo Adolf Hitler. Era Himmler infatti il capo assoluto delle Allgemeine SS, l’intera organizzazione delle Schutz Staffeln, e dei suoi servizi di sicurezza. Da lui dipendevano la GESTAPO, il Sicherheitsdienst e la KRIminal POlizei e nel 1939 il Reichsführer unificò i tre apparati in un unico ufficio denominato ReichsSicherheitsHAuptamt, noto come RuSHA.
Di questi tre edifici, così come del palazzo sede del giornale di propaganda del Partito Nazionalsocialista, der Angriff, l’Attacco, non esiste più traccia, sono stati rasi al suolo dalle bombe e dagli esplosivi piazzati dopo la fine della guerra per completare il lavoro.
Al loro posto sorge un museo dedicato alla persecuzione degli ebrei.
Arrivati a questo punto facciamo un balzo nel tempo e nello spazio e, dai palazzi del periodo hitleriano, passiamo alla Guerra Fredda, per l’esattezza ad uno dei momenti più caldi della Guerra Fredda, il 13 agosto 1961, quando Berlino si risvegliò tagliata in due dal Muro, isolata dal resto della Germania e dal mondo ma, soprattutto, imprigionando di fatto i tedeschi della DDR in un enorme campo di concentramento che si estendeva dal Mar Baltico al confine con la Cecoslovacchia.
Lungo Niederkirchnerstraße e la successiva Zimmerstraße correva il Muro, der Mauer, che delimitava il settore sovietico a nord e quello americano a sud. Un tratto di circa 200 m è stato conservato dopo l’abbattimento, avvenuto il 9 novembre 1989, per testimoniare il clima di terrore che aleggiava all’epoca e, percorrendolo verso Friedrichstraße, giungiamo al notissimo Checkpoint Charlie, protagonista di tanti romanzi e film di spionaggio ed al contiguo Mauermuseum, il Museo del Muro.
Sfortunatamente all’interno delle sale espositive non è consentito scattare fotografie (probabilmente vogliono che si acquisti la guida turistica pubblicata in tutte le lingue, anche questo è business), quindi non possiamo testimoniare la grande quantità di materiale presente: dai cartelli propagandistici alle centinaia di foto, alcune molto famose, come quella di Conrad Schumann, Soldato della Volkspolizei, la Polizia della DDR (i temuti VoPos), che salta il reticolato per fuggire all’Ovest. I soggetti che più attraggono l’attenzione dei visitatori, e sono davvero tanti, sono i gadgets inventati dai berlinesi dell’Est per passare il Muro: finti barili o bidoni del gas, automobili con il doppio fondo, mini dirigibili, ultraleggeri autocostruiti, fino alle valigie dove nascondere i bambini.
Nei quasi trent’anni di esistenza del Muro, i sistemi di sorveglianza (mine, alta tensione, cani d’attacco) ed i VoPos hanno fatto ufficialmente 133 morti, anche se l’associazione delle vittime parla di cifre più che doppie.
Nel museo è illustrata inoltre tutta la storia della Deutsche Demokratische Republik che, dopo quello che abbiamo visto ed imparato, di democratico aveva davvero ben poco.
Al termine della visita realizziamo un altro dei nostri Then&Now sfruttando la garitta originale del Checkpoint Charlie, conservata per la gioia dei turisti.
Torniamo indietro all’aprile 1945. Potsdamerplatz è il luogo dove gli ampi viali ed il Tiergarten alle spalle consentivano la manovra dei mezzi corazzati ed è, infatti, dove si combattè uno dei pochi scontri tra Carri Armati della Battaglia di Berlino.
I resti delle 11.SSPanzergrenadier Division Nordland, 18.Panzergrenadier Division, 20.Panzergrenadier Division e Panzerdivision Müncheberg, in totale una sessantina di Stug, Panzer e Jagdpanzer IV, Panther e Jagdpanther, Tiger e Königstiger, si batterono disperatamente contro le migliaia di T-34, JS-2, Su-100 e Su-122 dell’8 Armata Guardie del Maresciallo Chuikov e della 1 Armata Corazzata Guardie del Maresciallo Katukov.
Lo scontro permise di rallentare l’avanzata dell’Armata Rossa, seppure ad un prezzo catastrofico per i difensori, infatti, nonostante le colossali perdite, i sovietici poterono rimpiazzare i mezzi distrutti e gli uomini uccisi, i tedeschi avevano esaurito le riserve.
Nulla di tutto ciò è visibile oggigiorno. Potsdamerplatz e dintorni furono letteralmente rase al suolo e lasciate in stato di totale abbandono fino agli anni Novanta, quando divenne un’avveniristica piazza colma di grattacieli dalle forme più ardite, vetrina della moderna Architettura tedesca.
Attraversiamo il Tiergarten, il parco del Giardino Zoologico, che, all’epoca della battaglia, era stato totalmente arato dall’Artiglieria sovietica, poiché al suo interno si celavano importanti Reparti tedeschi. Inoltre, i pochi alberi rimasti furono abbattuti per aprire al massimo i settori di tiro dell’Artiglieria Controcarro della Wehrmacht ed erano stati scavati numerosi fossati anticarro, trincee per armi di squadra e buche per singoli Soldati.
Gli alberi sono naturalmente ricresciuti, ma qualcuna di quelle trincee è ancora visibile e consente di farsi un’idea della brutalità degli scontri. Oggi è il parco preferito dei berlinesi, pulito e curato, dotato di piste ciclabili, percorsi ginnici, laghetti, fontane e chioschi di bibite. Al di là del parco raggiungiamo il simbolo della Battaglia di Berlino, l’obbiettivo politico-strategico di Stalin: il Reichstag.
L’attacco al simbolo del nazismo, almeno secondo i sovietici, merita una trattazione approfondita, poiché sin dall’inizio dell’offensiva contro la capitale del Terzo Reich era chiaro che la battaglia finale si sarebbe combattuta dentro e nei pressi di questo monumentale palazzo che, ironia della sorte, non era più utilizzato dal regime dai tempi dell’incendio (doloso) del 1933, ma solo come luogo di rappresentanza.
In realtà a battersi per il controllo del simbolo erano due visioni del mondo totalmente contrarie e mortalmente nemiche: il Nazionalsocialismo ed il Comunismo.
L’assedio al Reichstag iniziò il 26 aprile, quando i Mortai Pesanti della 3 Armata d’Assalto al di là della Spree, a meno di un km dal palazzo, cominciarono un martellamento che durerà fino al 1° maggio. I tedeschi avevano fatto saltare i ponti che permettevano l’attraversamento del fiume da nord, lasciando intatto solo il Moltke Brücke per permettere il ripiegamento delle Unità Controcarro operanti nel quartiere Moabit.
Un grosso aiuto ai difensori del Reichstag, in totale circa 2.000 volontari spagnoli, belgi, scandinavi e lettoni delle Divisioni SS, venne dalle armi dei difensori della Tiergarten Flakturm, una delle tre indistruttibili torri della Contraerea, che colpivano i Carri Armati russi che tentavano l’attraversamento dell’unico ponte. Ma i Soldati sovietici non avevano scelta, non potevano sottrarsi al combattimento, avrebbero incontrato i mitra dei Commissari Politici, che avevano il compito di “convincere” i deboli di cuore e di spirito che la vittoria era imminente. E così i cadaveri continuavano ad ammassarsi uno sull’altro.
Il 30 aprile gli ultimi tedeschi a nord della Spree ripiegarono facendo saltare il Moltke Brücke, ma la quantità insufficiente di esplosivo, la fretta o il sabotaggio russo impedirono la demolizione completa: rimaneva uno stretto budello di asfalto attraverso il quale poteva passare un solo Carro Armato alla volta.
Le centinaia di Carri in attesa si riversarono immediatamente nel varco e, spingendo nel fiume i mezzi colpiti, ovviamente con tanto di equipaggio all’interno, riuscirono a stabilire una testa di ponte nel quartiere delle ambasciate, immediatamente a ridosso della Königsplatz, la piazza sulla quale si affaccia il Reichstag.
Le sedi diplomatiche furono rase al suolo nel corso della battaglia, compresa la delegazione svizzera che era stata l’ultima a rimanere attiva fino a pochi giorni prima.
Tre Divisioni Corazzate si ridispiegarono di fronte all’ultimo baluardo tedesco e continue ondate di Soldati urlanti si gettarono frontalmente all’assalto al tipico grido russo “Ourrah”, solo per essere orribilmente falciati dalle mitragliatrici poste ad ogni finestra del Reichstag. Ma gli ordini di Stalin non potevano essere discussi e migliaia di giovani vite finirono consumate fino a quando i difensori esaurirono le munizioni e lo scontro si tramutò in un orrendo corpo-a-corpo in ogni stanza, corridoio e scala dell’antico palazzo.
Solamente al mattino del 2 maggio ogni resistenza tedesca fu vinta e la propaganda sovietica poté scattare la foto simbolo della vittoria nella Battaglia di Berlino, un Sergente dell’Armata Rossa che sventola la bandiera sovietica da una delle guglie del Reichstag.
Tutto questo l’abbiamo evocato calpestando gli stessi sassi, lo stesso asfalto e le stesse zolle di terra, impregnate del sangue di 1.300 sovietici e 500 tedeschi, fermandoci a riflettere su quanto è avvenuto in questo luogo, forse davvero il simbolo dell’intera battaglia.
Attraversiamo lo stesso Moltke Brücke e davanti a noi si erge la nuovissima e spettacolare Hauptbahnhof, la stazione ferroviaria principale della città, un capolavoro di vetro e acciaio e, seguendo il corso della Spree, torniamo verso l’albergo, non prima di fermarci in un ristorante per una deliziosa Wienerschnitzel, alla faccia di chi ci vuole male.
E’ ormai pomeriggio, quando saliamo sul nostro Mercedes per dirigerci verso un appuntamento davvero unico, richiesto mesi fa dopo un fitto scambio di e-mail con i coordinatori del gruppo di ricerca storica Berliner Unterwelten.
Quest’associazione, della quale vi consiglio di visitare il sito (www.berliner-unterwelten.de), si è costituita nel 1997 con il preciso scopo di esplorare, restaurare e rendere fruibile al pubblico le vestigia sotterranee della capitale tedesca. Il patrimonio sotterraneo è immenso, anche se in gran parte allagato o troppo pericolante per permetterne un’esplorazione completa, ma nonostante tutto i volontari dell’associazione, appassionati storici con i background più disparati, hanno fatto un lavoro incredibile, mettendo in sicurezza installazioni che definire veri e propri musei è perlomeno riduttivo.
Davide aveva già avuto un primo assaggio alcuni mesi fa visitando un rifugio antiaereo e ne era rimasto colpito a tal punto che, dopo avermene parlato, avevamo deciso di contattarli per richiedere una visita approfondita.
Le guide di Berliner Unterwelten, che significa semplicemente “il mondo sotterraneo di Berlino”, accompagnano le comitive di turisti attraverso dei tour di durata prestabilita, dopo una semplice prenotazione online. In casi particolari e previo contatto diretto, realizzano dei pacchetti ad hoc assemblando più visite insieme e, soprattutto, permettendo l’accesso ad alcune installazioni normalmente fuori dal giro dei turisti e senza particolari limitazioni di tempo. E’ evidente che è a questo tipo di visita che puntavo, quando li contattai ad ottobre 2010 e, dopo una lunga serie di tira-e-molla, sono riuscito ad ottenere una visita davvero sbalorditiva, il Tour B, il Tour dei Bunker.
Avevamo quindi grandi aspettative quando arrivammo alla Gesundbrunnen Bahnhof, in Brunnenstraße, con ampio anticipo sull’appuntamento previsto per permetterci di girovagare un po’ nel parco Humboldthain alla ricerca, chissà, di qualche reperto.
Chi si trovasse in questo bel parco berlinese, difficilmente si renderebbe conto di camminare sopra qualche migliaio di tonnellate di indistruttibile cemento tedesco della Flakturm, la Torre della Contraerea, poiché ¾ della struttura sono ricoperti di terra e, come ci è stato spiegato, costituiscono la terza maggiore altura del Brandenburg, un Land (regione) altrimenti totalmente piatto.
Ci siamo accorti “che c’era qualcosa di strano” quando, continuando a salire, siamo giunti in vetta a questa collina artificiale, vetta costituita da due grosse postazioni per i cannoni da 12,8 cm ed i relativi camminamenti. Solo un lato dell’immenso bunker è ancora scoperto ed è normalmente utilizzato come palestra per gli amanti del free climbing.
Bene, diciamo che non voglio svelare ulteriori particolari di questa incredibile struttura che saranno dettagliatamente sviscerati da Daniele nel corso del suo articolo.
Torniamo al resto della visita guidata. Alle ore 17 in punto incontriamo le nostre due guide: Manfred, il Waffenexpert, l’esperto in armamenti e Sandra, la guida vera e propria, dalla perfetta pronuncia Oxford-english, ma di origini sudamericane.
Avendo chiesto il Tour in inglese, poiché non saremmo riusciti a comprendere discorsi complessi in tedesco, mi aspettavo un berlinese con cui dialogare in inglese, un appassionato di storia come noi che ci illustrasse i meravigliosi segreti delle Wunderwaffen. Ammetto che provai una certa delusione nel trovarmi di fronte ad una signora, evidentemente non del luogo, che, seppure parlasse un inglese perfetto tanto da sembrare madre lingua, non mi ispirava fiducia come il teutonico Manfred.
Mi sbagliavo. Sandra si è dimostrata preparata, appassionata ed in grado di rispondere ad ogni domanda, anche le più tecniche, lasciando al collega il solo ruolo di accompagnatore.
Il Tour B, The Bunker Tour, questo il nome esatto della nostra esplorazione, inizia proprio sotto i nostri piedi, nella stazione della metropolitana di Gesundbrunnen.
Scendiamo le scale mobili mischiandoci ai normali viaggiatori dell’ora di punta che si saranno chiesti incuriositi chi sono questi tizi in mimetica con zaini e torce elettriche. Prima di arrivare alla banchina dei treni, svoltiamo dietro un angolo dove una grossa e pesante porta in acciaio ci sbarra la strada. Manfred apre la massiccia serratura e ci precede nel Luftschutzbunker, il rifugio antiaereo per la popolazione civile.
Quando l’imponente porta d’acciaio si chiude alle nostre spalle ci sentiamo catapultati istantaneamente a quasi 70 anni fa, quando i berlinesi erano costretti a convivere con i continui bombardamenti Alleati. La struttura è perfettamente restaurata e conservata, sulle pareti sono riportate le indicazioni originali: Eingang, Rauchen Verboten, Männer- und Damen-Abort, Ausgang e così via. Sandra ci tiene a precisare che gli unici pezzi sostituiti sono le lampadine, poiché l’impianto elettrico è quello del tempo e perfettamente funzionante. La cosa sconcertante è che anche l’impianto di pompaggio, filtraggio e ricircolo dell’aria è quello originale, operativo ed utilizzato tuttora.
Questo era un rifugio per la popolazione civile, quindi non mostra le caratteristiche del bunker militare che vedremo più tardi. Era un ricovero dalle bombe, dalle schegge e dal fuoco, ma, sebbene a parecchi metri di profondità, non avrebbe resistito ad un impatto diretto. Comunque sia, sebbene allora considerassero “danni collaterali sostenibili” la morte del 10% della popolazione (non c’erano rifugi per tutti), questo ricovero adotta tutta una serie di precauzioni molto intelligenti atte a contenere e minimizzare le onde d’urto delle esplosioni e le relative ferite da shock e concussione quali le geometrie asimmetriche, la suddivisione in aree su diversi piani, le porte corazzate in ogni stanza, uscite d’emergenza su più livelli e tanto altro.
Una curiosità che ci ha colpito è l’utilizzo di una particolare vernice luminescente per le pareti, vernice che è ancora applicata e perfettamente visibile. L’ordine tassativo era di non utilizzare alcuna illuminazione durante gli attacchi aerei, nemmeno nei bunker, come facevano quindi quei poveri disgraziati a vedersi in faccia?
Semplice: rivestendo le pareti di vernice fotosensibile. Bastava la luce di una candela per “caricare” di luce le pareti, come se fosse un grande condensatore, e restituire una diffusa luminosità verdognola per decine di minuti.
Sandra ci illustra il funzionamento. Nel buio assoluto, chiede a Danilo di mettersi in posa di fronte ad una parete, di chiudere gli occhi e lo immortala con un colpo di flash. L’energia luminosa emessa è sufficiente per imprimere la sagoma sulla parete e di permetterci addirittura di leggere i cartelli alle pareti senza l’utilizzo di alcuna luce.
Esploriamo l’intero rifugio che era dotato di tutti i servizi, seppure molto spartani: letti, tavoli, sedie, servizi igienici (rigorosamente separati tra uomini e donne. I tedeschi erano molto pudichi, anche sotto le bombe). C’è perfino una piccola infermeria e l’immancabile Corpo di Guardia, allora presidiato dai volontari della Luftschutz.
Questo primo bunker è stato molto interessante, ma nulla a confronto del prossimo: la Flakturm. Come anticipato, sarà Daniele a trattare l’argomento in dettaglio.
Per raggiungere il terzo ed ultimo rifugio sotterraneo, dobbiamo prendere la metropolitana e, dopo cinque fermate, scendiamo a Reinickendorf, un sobborgo a nord-ovest della città. Qui sorge un complesso di edifici che durante la guerra era un ospedale, con annesso bunker, oggi sono uffici della Pubblica Amministrazione. Il rifugio in sé non è grande o dalle geometrie particolari, ma è semplicemente fantastico per lo stato di conservazione e per la quantità di dettagli e accessori che sono stati portati alla luce.
Prevedendo i bombardamenti che avrebbero devastato la Capitale del Reich dal 1943 in poi, il Generalbauinspektor für die Reichshauptstadt, Architekt Albert Speer, fece realizzare già nel 1941 una serie di ospedali sotterranei corazzati collegati alle strutture in superficie da corridoi ed ascensori per poter trasferire i pazienti in cura, ma, soprattutto, consentire di continuare ad operare in condizioni di relativa tranquillità e nelle medesime condizioni igienico-sanitarie delle sale operatorie normali.
Il bunker di Teichstraße è un vero e proprio ospedale con due tavoli operatori, sale per l’anestesia e rianimazione, camere di degenza, locali per il personale medico ed infermiere, farmacia, locali servizi ed un’impressionante quantità di oggetti sanitari per tutti gli usi: dalle siringhe alle bombole d’ossigeno, dal bisturi alle protesi dentarie, c’è veramente di tutto e perfettamente funzionante. E’ incredibile come, dopo più di sessant’anni, azionando un solo interruttore, abbiamo messo in funzione l’impianto elettrico, l’aerazione, il condizionamento ed il riscaldamento.
Un aneddoto curioso. Negli anni Novanta, dopo la riunificazione della Germania, il Governo Kohl impose di risparmiare denaro dove possibile ed invitò pertanto le amministrazioni locali a fare altrettanto. Un giorno, un funzionario degli uffici di Teichstraße si deve essere domandato perché le bollette del riscaldamento dell’ex ospedale erano così care e, soprattutto, anche d’estate. Nel corso dell’ispezione che seguì, fu rinvenuta una linea attiva dell’acqua calda che non era ufficialmente registrata e che sembrava non portare da nessuna parte. La seguirono e portò alla scoperta del bunker ospedale che era stato abbandonato in fretta e furia al termine della guerra, lasciando il riscaldamento in funzione. Le successive demolizioni messe in atto dall’Esercito francese (l’area era nel settore di Parigi) non distrussero il bunker, né danneggiarono le condutture del riscaldamento che continuò a funzionare per quasi cinquant’anni, preservando perfettamente il contenuto dell’ospedale sotterraneo. Chissà chi ha pagato la bolletta!
La visita è conclusa. Torniamo in metropolitana al punto di partenza dove avevamo lasciato Alessandro, impossibilitato a seguirci per un attacco dirompente di dissenteria devastante. Era dal mattino che si lamentava, ma l’avevamo ignorato per non rallentare i ritmi del Kampfgruppe: la missione, innanzitutto. Io mi ero anche offerto di giustiziarlo a bordo strada con il classico colpo di Lüger alla nuca.
In realtà, il poveretto ha passato il pomeriggio sulla tazza di quei WC pubblici automatici dove bisogna inserire 0,50 € per accedere. Il titolare della ditta sarà diventato ricco.
Rientriamo quindi in albergo, dove ci diamo una rinfrescata prima di andare a cena. Ma voi pensate che, nonostante la dissenteria, Quantum si perda una cena a base di Schweinhaxl, Knödel e Kartoffeln? Negativo!
Ha tappato tutti gli orifizi con tre (!) pastiglie di Imodium e si è spazzolato tutto quello che la cameriera portava in tavola, vassoio compreso. Un vero professionista.
Boccali di birra, rutto libero e poi tutti a letto, domani si va a nord, a Peenemünde.

Peenemünde, Lunedi 18 aprile 2011
Non è possibile affrontare l’argomento Peenemünde senza accennare al padre della missilistica, Wernher Von Braun, ed al suo incredibile team di scienziati.
Von Braun non è stato solo uno dei più brillanti astro-fisici del XX secolo, ma fu soprattutto un geniale visionario che seppe immaginare le applicazioni della missilistica, sia in campo bellico che nell’esplorazione interplanetaria, la sua vera passione.
Von Braun nacque nel 1912 da una nobile famiglia prussiana ed iniziò ad appassionarsi di astronomia sin dalla giovane età, raccogliendo il poco materiale disponibile all’epoca e sperimentando i suoi razzi artigianali. Dopo il diploma alla Technischen Hochschule di Berlino, divenne l’assistente del Professor Hermann Oberth, pioniere della missilistica.
La svolta per la carriera avvenne nel 1930, quando conobbe Walter Dornberger, Capitano d’Artiglieria, che lo assunse per condurre le ricerche presso lo Heeresversuchsanstalt Kummersdorf, il centro sperimentale del Reichswehr a 60 km a sud-est di Berlino.
Il Trattato di Versailles imponeva pesanti limitazioni alla dotazione di Artiglieria Pesante, ma nulla era stato stabilito riguardo ai razzi. Era evidente l’interesse tedesco per lo sviluppo di questa nuova arma, sebbene il sogno di Von Braun fosse di esplorare lo spazio. Dopo vari tentativi, nel 1934 il team di Von Braun riuscì a lanciare due razzi che raggiunsero 2.500 m.
Nel 1935 i vertici della Germania compresero le opportunità offerte dal nuovo sistema d’arma, seppure la scarsa affidabilità ed i tanti detrattori metteranno più volte in bilico la sopravvivenza stessa del programma, ed iniziarono la costruzione di un moderno centro di ricerca nei pressi del villaggio di Peenemünde, sull’isola di Usedom, sul Mar Baltico.
Dornberger divenne Oberst, Colonnello, e nominò Von Braun suo Direttore Tecnico.
In collaborazione con la Luftwaffe, a Peenemünde West, il gruppo sviluppò i motori a razzo a combustibile liquido sia per gli aeroplani che per i missili. Nacque così la Fieseler Fi 103, battezzata da Goebbles nel 1943 Vergeltungswaffe 1, arma di rappresaglia n° 1, che venne lanciata per la prima volta contro Londra il 13 giugno 1944.
A Peenemünde Ost, sotto la supervisione dello Heer, realizzarono l’Aggregat 4, il missile balistico a lungo raggio conosciuto come V 2, che fu lanciato per la prima volta il 7 settembre 1944 contro Parigi. Dal 1937 al 1945 il gruppo diretto da Von Braun progettò e realizzò decine di prototipi, gettando le basi per l’odierna scienza missilistica.
Nel frattempo, grazie alla Resistenza polacca ed alla Ricognizione Aerea, gli Alleati cominciarono a bombardare Peenemünde a partire dal 18 agosto 1943, costringendo Dornberger a trasferire la produzione delle armi nell’installazione sotterranea di Mittelwerk a Nordhausen, in Thüringen.
Ad aprile 1945, con l’Armata Rossa ormai prossima a Peenemünde, Von Braun riuscì a consegnarsi agli americani, portando con sé 500 tra scienziati, ingegneri e tecnici. Quando gli americani capirono cosa avevano tra le mani, lanciarono l’Operation Paperclip che consentì loro di smantellare l’installazione di Nordhausen e di trasferire in tutta fretta missili e attrezzature negli USA, insieme a tonnellate di preziosissimi documenti.
Von Braun si trasferì negli USA dove sviluppò per l’US Army i missili Redstone e Jupiter. Nel 1958 fu costituita la NASA e Von Braun divenne il primo Direttore del Marshall Space Flight Center di Huntsville, Alabama, che sviluppò il Saturn, il razzo che portò gli astronauti sulla Luna il 20 luglio 1969.
Intanto l’Amministrazione Sovietica decise per la distruzione di Peenemünde. Le demolizioni avvennero tra il 1948 ed il 1961 e solo la centrale elettrica, che ospita il museo, l’aeroporto ed il collegamento ferroviario sono arrivati fino ai giorni nostri.
Peenemünde. Un nome leggendario, quasi mitologico, che evoca immagini di missili, di rampe di lancio, di bunker dove si assemblano le Wunderwaffen, le armi-meraviglia, di velivoli a reazione, di Haunebu, i super segreti dischi volanti.
Insomma, ce n’è abbastanza da scrivere un romanzo, altro che un articolo di Historica e, in effetti, sull’argomento sono stati versati i famigerati fiumi di inchiostro, anche se spesso a sproposito. Oggi ci siamo posti l’obbiettivo di fare luce sul mistero che cela una delle basi più segrete della Wehrmacht, un luogo del quale gli Alleati non ne conoscevano nemmeno l’esistenza, almeno non prima dell’autunno 1942.
Siamo in piedi di buonora e dopo una frugale colazione (ma và, non ci crede nessuno) saltiamo sul nostro Mercedes in direzione nord. Tre ore di autostrada ci separano dalla nostra destinazione sul Mar Baltico ma, come sempre, le risa, le battute e le chiacchierate sugli argomenti che tanto ci appassionano comprimono il tempo ed intorno alle 10 passiamo il ponte che collega l’isola di Usedom alla terra ferma del Mecklenburg-Vorpommern. Ci troviamo in una caratteristica località balneare con casette per le vacanze, ristoranti, campeggi, verdissime pinete e lunghissime spiagge di sabbia bianca finissima. Ci addentriamo sempre più verso l’area del complesso, la meno battuta dai turisti e la più selvaggia, un grosso rettangolone di 13 x 10 km in mezzo alle pinete, perfetta per realizzare un centro ricerche super segreto.
Peenemünde West, la parte più settentrionale dell’isola è tuttora occupata dall’aeroporto, con la pista 14/32 di 2.400 m, ed era l’Erprobungsstelle der Luftwaffe, il Reparto Sperimentale, dove venivano collaudate le V 1 e progetti derivati. In questo stesso aeroporto la celebre aviatrice Hanna Reitsch provò la versione pilotata della V 1, chiamata Reichenberg, per stabilire quali difetti avesse il sistema di guida e stabilizzazione. La Reitsch riuscì a determinare che la causa della morte o del grave ferimento di diversi piloti collaudatori durante la fase di atterraggio era dovuta all’elevata velocità di stallo (superiore ai 200 km/h), ai quali i suoi colleghi non erano preparati. L’esperienza fatta con il Messerschmitt Me 163 Komet le permise di comprendere le dinamiche del velivolo e di riportarlo a terra tutto d’un pezzo. I suggerimenti proposti portarono a modificare l’autopilota della V 1 ed a renderla controllabile e affidabile.
Il litorale orientale, o Peenemünde Ost, era l’Heeresversuchsanstalt, il Centro Ricerche, ed ospitava sei postazioni di lancio delle V 2, che erano puntate verso un’ampia zona del Mar Baltico, interdetta al traffico marittimo, riservata all’attività sperimentale.
Dei baraccamenti per il personale del Centro e degli impianti per la produzione del Perossido di Idrogeno, il carburante dei missili, non è rimasto praticamente nulla, mentre invece è ben conservata la centrale termo-elettrica che forniva energia all’intero complesso, una gigantesca fabbrica in mattoni rossi, esempio perfetto di archeologia industriale.
L’Historisch-Technisches Museum è situato all’interno della centrale elettrica ed è davvero interessante. Si inizia attraversando un bunker utilizzato per osservare i lanci, con le sue finestrelle corazzate da dove Von Braun ed i suoi collaboratori potevano seguire le varie fasi di accensione, distacco e ascesa del missile.
Usciti dal bunker, ci si trova nell’immenso spazio antistante la centrale elettrica, dominato dalla lunga tramoggia che trasportava il carbone per alimentare i forni che generavano il calore per muovere le turbine. Nello stesso spazio sono ospitate le star del museo: un pulsoreattore V 1 sulla sua rampa di lancio ed un razzo V 2 sul suo deflettore di vampa.
Inutile aggiungere che ci siamo gustati i due ordigni in ogni dettaglio.
La centrale stessa è una vera sorpresa. La parte adibita a museo è piena zeppa di componenti di missili, ogni apparato è illustrato da apposite schede e ci sono talmente tanti dettagli che si fatica a mantenere una visione d’insieme. Una serie di plastici illustra le varie fasi di assemblaggio, trasporto, rifornimento e lancio delle V 2. Sono rappresentati anche i veicoli di supporto, vera gioia per un modellista.
Ci sono centinaia di documenti originali da consultare e ci vorrebbero alcuni giorni per apprezzare davvero la quantità di informazioni messa a disposizione.
C’è poi una parte della centrale non aperta al pubblico, in restauro, ma, per quei casi fortuiti del destino, supero inconsapevolmente una porta lasciata aperta e mi ritrovo in un locale semibuio pieno zeppo di componenti meccaniche. Gli occhi impiegano qualche minuto per adattarsi all’oscurità e solo allora mi rendo conto di essere circondato da resti di V 2: ogive, serbatoi, superfici di controllo, ugelli di scarico. Incredibile.
Peccato che gli operai che stanno lavorando si accorgano di me e mi spediscano via senza tanti complimenti. Rimane comunque il ricordo di una gran bella esperienza.
All’uscita, ci soffermiamo nello shop del museo e non riesco a resistere alla tentazione di comprare gli ennesimi libri su Peenemünde, Kummersdorf, Von Braun, ecc.
La giornata è splendida, il cielo terso ed il sole caldo e, complice l’atmosfera balneare, decidiamo di concederci il piacere di un Bratwurst mit Kartoffeln nel chiosco all’esterno del museo, in mezzo alla pineta, nell’attesa del prossimo evento: la visita al Sottomarino U-461, un diesel-elettrico Classe Juliett della Marina Sovietica.
Questo Sommergibile non ha alcun legame storico con i fatti sopra descritti, ma, si sa, siamo sempre tentati da questi misteriosi mostri marini tecnologici e, un po’ per far contento il nostro esperto navale Alessandro, un po’ perché la co-ubicazione con il museo di Peenemünde ne rendeva fattibile la visita, ho deciso di inserirlo nel nostro programma.
Il Project 651, noto in ambito NATO con il nome della Classe, Juliett, era un tipo di Sottomarino diesel-elettrico armato con Missili da Crociera SS-N-3 Shaddock.
Progettati alla fine degli anni Cinquanta, con un dislocamento di 4.200 ton in immersione ed una lunghezza di 90 m, dovevano fornire alla Marina Sovietica la possibilità di condurre attacchi nucleari contro bersagli posti sulle coste degli Stati Uniti e contro le Portaerei della US Navy. I quattro missili nucleari trasportati avevano una portata di circa 300 NM (540 km) e potevano essere lanciati solamente in superficie ad una velocità inferiore a 4 kts (7 km/h). La velocità massima in immersione era di 18 kts (33 km/h).
La Classe Juliett aveva un doppio scafo resistente a bassa segnatura magnetica e acustica, garantita dal rivestimento di piastrelle di materiale gommoso, spesse 5 cm. La struttura era progettata per una profondità massima di 350 m.
Il Juliett aveva un’autonomia tra 9.000 e 18.000 NM in superficie, in funzione della velocità, e 800 NM in immersione a 3 kts, con dotazioni e provviste per 90 giorni.
L’equipaggio era formato da 82 uomini: 12 Ufficiali, 16 Sottufficiali e 54 Comuni.
L’armamento era composto da quattro Missili da Crociera con testata nucleare SS-N-3 Shaddock o SS-N-12 Sandbox nelle ultime versioni, 18 siluri da 533 mm per i sei tubi lanciasiluri a prua e 4 siluri da 400 mm per i quattro tubi a poppa
La sequenza di lancio dei missili durava 5 min ed i lanci stessi dovevano essere intervallati di almeno 10 sec tra l’uno e l’altro. Uno speciale radar di guida era alloggiato nella parte anteriore della vela e consentiva il controllo iniziale degli ordigni, al quale seguiva la navigazione inerziale autonoma di ogni missile.
Furono costruiti 16 Sottomarini della Classe Juliett, sui 35 inizialmente previsti, immessi in servizio tra il 1963 e il 1968 ed hanno prestato servizio fino agli anni Ottanta.
Ormai abbiamo una certa esperienza in fatto di Sommergibili. Dopo aver visitato i tedeschi Typ VIIC, Typ IXC, Typ XXI, l’americano Growler e gli italiani Toti, Dandolo e Sauro (quest’ultimo l’ho visto solo io durante una visita all’Arsenale di La Spezia) ci siamo fatti un po’ di esperienza in fatto di guerra sottomarina, perciò eravamo tutti naturalmente interessati a scoprire cosa offriva il Patto di Varsavia. Inoltre, il Juliett è contemporaneo allo SSG-577 Growler della US Navy visto a New York, aveva la stessa missione e prestazioni molto simili. Il confronto veniva pertanto automatico e piuttosto facile.
Se dall’esterno l’U-461 appare piuttosto ruvido e spartano come tutti i mezzi sovietici, è all’interno che abbiamo realmente compreso quanto dure e difficili dovevano essere le condizioni di vita per l’equipaggio. Il Sottomarino è letteralmente un labirinto di tubi, cavi, ferraglia, spigoli vivi, ostacoli di varia natura apparentemente senza senso e con l’unico scopo di rendere impossibile anche solo muoversi all’interno dello scafo senza sbattere da qualche parte e farsi male. Manca anche una qualche forma di logica nella disposizione degli apparati, sembra che tutto sia stato adattato dove c’era un po’ di spazio libero, non progettato razionalmente a priori. Un esempio eclatante è il periscopio di navigazione che tutti ci immagineremmo al centro della Camera di Controllo. E invece no: è al di fuori di essa, nel compartimento accanto e per di più in un angolo angusto e scomodo.
Non parliamo poi delle saldature e degli accoppiamenti tra le lamiere, fondamentali per sopportare le tremende pressioni alle quali è sottoposto un Sommergibile, o, più in generale, delle rifiniture. L’impressione è quella di un ammasso di ferraglia, niente a che vedere con il seppur spartano Typ VIIC e lontano anni luce dal Typ XXI o dal Growler.
E’ noto a tutti che il sistema comunista non ha mai dato molta importanza al singolo essere umano, ma le condizioni di vita all’interno di questo battello, unite al pesante, quasi crudele, nonnismo da sempre in vigore nelle Forze Armate sovietiche, mi fanno pensare che prestare servizio nei Sommergibilisti non doveva essere considerato un vanto, come accade invece nelle Marine occidentali.
Con queste considerazioni in testa, risaliamo sul nostro minivan per un giro esplorativo dell’intero centro sperimentale tedesco. Percorrendo la strada perimetrale passiamo così accanto all’aeroporto ed ai ruderi della zona logistica. Purtroppo invece non c’è traccia dei complessi di lancio delle V2, detti Prüfstand, o degli impianti per la produzione di perossido di idrogeno.
Contagiati dal piacevole clima turistico-balneare, ci fermiamo in un tratto di pineta da dove si può raggiungere il mare. Superiamo una piccola serie di dune e, voilà, il Mar Baltico, Ostsee per i nordici, si apre di fronte a noi in uno scenario di rara bellezza.
Mentre Daniele ed Alessandro si riprendono in scatti improbabili da vitelloni della riviera romagnola, Davide ed io, sempre mission-oriented, immaginiamo quale stupore ed impressione dovevano provocare i decolli delle V 2 nei pochi bagnanti di allora, abituati tuttalpiù a qualche Fieseler Storch da ricognizione o Bücker Jungmann dell’Aeroclub.
All’orizzonte si scorge la sagoma dell’isola di Rügen, muta testimone della prima esplosione atomica della storia nel settembre 1944. E non era certamente americana…
Lasciamo Peenemünde e l’isola di Usedom con tante immagini negli occhi e sicuri di aver incrementato, e non poco, il nostro bagaglio di conoscenze.
Tranne Daniele, che mi dà il cambio alla guida, gli altri tre si sono fatti le quasi tre ore di viaggio per tornare a Berlino comodamente sprofondati nelle poltrone del Mercedes Viano. Va bene che sono stato io ad istruirvi che la prima regola del Soldato è “mangia e dormi quando puoi, perché non sai quando potrai farlo di nuovo”, ma non dovevate applicarlo proprio alla lettera. Accidenti a voi!
Rientrati in albergo, decidiamo che questa sera ci nutriremo bene, in maniera salutare, per espellere dall’organismo le tante tossine accumulate. Andremo quindi a cena in un ristorante giapponese vicino al Checkpoint Charlie a farci una bella scorpacciata di sushi.
D’altronde si tratta pur sempre di cibo del valoroso alleato nipponico, quindi ci sentiamo giustificati e sempre in tema con la Campagna.

Berlin, Martedi 19 aprile 2011
Questa mattina l’obbiettivo principale è il museo della Luftwaffe, ma prima di raggiungerlo decidiamo di completare l’esplorazione della Berlino del Terzo Reich, completando il giro del centro città e recuperando la visita all’Olympiastadion.
Percorriamo in auto Wilhelmstraße, la via dei Ministeri, per svoltare davanti al Reichstag, che abbiamo modo di ammirare ancora una volta.
Lo “Spielberg di Cassano” si esibisce una volta di più nelle riprese del montante del finestrino, dei cassonetti della spazzatura, dei cartelli di divieto di sosta e del suo faccione in primissimo piano: tutte cose interessantissime che il novello Ejzenstejn spiega a noi, poveri ignoranti, essere una “tipica inquadratura del simbolismo utopistico, caratteristica del montaggio analogico e delle attrazioni allegoriche della tragedia classica, rivisitata in chiave post-moderna in funzione dell’iper-realismo della sceneggiatura soggettiva ”…
La prima tappa è in Sigismundstraße, dove sono situate le “cicatrici del ricordo” o, per dirlo come è riportato nella guida ufficiale della Berlin Then&Now, Scars of Remembrance. Il concetto non cambia, si tratta di una casa degli anni Trenta, che oggi ospita la Galleria Nazionale di Pittura, letteralmente crivellata dalle pallottole e dalle schegge, testimonianza dell’intensità dei combattimenti intorno a Potsdamerplatz.
Ci fermiamo per qualche fotografia e per contestualizzare l’area della battaglia.
Siamo nel quartiere delle Ambasciate ed infatti su Tiergartenstraße sono situate, una accanto all’altra, quella giapponese e quella italiana. Non è un caso che le delegazioni degli alleati più importanti del Terzo Reich siano in un’area così bella e così centrale, era un tacito tributo al Patto d’Acciaio, ma mentre la villa del fiero e valoroso alleato nipponico è piuttosto anonima, seppure molto bella ed immersa nel verde, quella dell’alleato italico è una grossa e maestosa villa in perfetto stile fascista, tipo EUR, giusto per capirci, con tanto di aquile e fasci littori scolpiti nel marmo ancora in bella mostra. E’ una fortuna che l’opera di de-nazificazione non abbia colpito anche la nostra Ambasciata, conservando, almeno da un punto di vista architettonico, la grandezza e l’arte del Bel Paese.
Attraversato il Tiergarten, ci ritroviamo di fronte alla Siegessäule, uno spettacolo sempre imponente, per percorrere in sequenza Bismarckstraße, Kaiserdamm e Reichsstraße, tutti nomi piuttosto evocativi, non c’è che dire.
Arrivati nell’immensa piazza di fronte all’Olympiastadion non si può non rimanere colpiti dalla maestosità della costruzione. Qui è dove si svolsero le Olimpiadi del 1936, dove avvenivano le adunate oceaniche del Partito Nazionalsocialista, dove si esibivano le formazioni degli adolescenti della Hitlerjugend, il tutto immortalato dalle cineprese della famosa regista Leni Riefenstahl, la preferita dal Führer.
Prima che lo stadio apra ai visitatori, Daniele ed io riusciamo a fare una scappata alla fermata della U-Bahn per un altro Then&Now e notiamo, con piacere, che è rimasta nelle stesse identiche condizioni del periodo storico di riferimento.
Sono le ore 9 ed entriamo nel grande complesso olimpico, il Reichssportfeld: non solo limitato allo stadio, ma comprensivo di piscine, campi d’atletica ed ippodromo. Le alte torri, gli obelischi, le gradinate, le gallerie, le colonne, i candelabri, le lance e gli scudi contribuiscono a dare alla struttura un aspetto nordico molto marziale e di grande energia, tale da incutere soggezione, proprio l’intento del progettista, l’Architetto Werner March.
Le Olimpiadi di Berlino del 1936 sono state le prime manifestazioni di tutti i tempi ad essere trasmesse in mondovisione, le cronache tradotte simultaneamente in 28 lingue e proiettate in diretta su 25 maxi schermi nei luoghi più frequentati della città.
L’intero Reichssportfeld poteva ospitare 110.000 persone durante le manifestazioni del NSDAP ed uno speciale palco di marmo e granito era stato eretto per permettere a Hitler di tenere i suoi famosi discorsi. Il palco sorge alla base della Glockenturm, la torre della campana olimpica e sopra il mausoleo dei caduti di Langemark, in onore dei 44.000 Soldati tedeschi morti durante la Battaglia di Ypres, nella Prima Guerra Mondiale.
E’ ora di lasciare l’immenso complesso per spostarci al Luftwaffenmuseum der Bundeswehr, situato sull’Aeroporto di Gatow, lo scalo utilizzato fino al 1995 dagli inglesi nel settore di loro competenza. Percorriamo il ponte sul Wannsee, il “mare” dei berlinesi, e Spandau, la cittadina famosa per aver dato il nome alla celeberrima Mitragliatrice di Squadra Maschinengewehr MG 34 e per il carcere dove erano rinchiusi i criminali di guerra nazisti. Né le officine Mauser Werk, né il carcere di Spandau sono arrivati fino ai giorni nostri: le prime sono state trasferite nella nuova sede della Mauser, mentre il carcere è stato abbattuto nel 1987 dopo la morte dell’ultimo prigioniero, Rudolf Hess.
Intorno a noi ci sono solo boschi e nessun cartello che indichi il museo. Non sono convinto del percorso che ci propone il navigatore, così decido di non dargli più retta e di fare di testa mia. Non sono matto, ma sono stato in questo museo già tre volte e conosco a memoria la strada. Infatti, poco dopo arriviamo nel grande spiazzo di Gatow Flughafen.
Aerei ci circondano da ogni lato e lo sguardo si perde su qualche centinaio di rari e interessanti velivoli che da noi è difficile vedere, ad esempio quelli della DDR.
Il Luftwaffenmuseum der Bundeswehr è essenzialmente diviso in due aree. La prima, la più visibile, più ricca e quella che colpisce il visitatore, è l’allineamento in mostra statica di decine e decine di aeromobili che occupano ogni piazzola, taxiway e perfino l’ex pista di volo. La collezione è notevole e avremo modo di soffermarci su ogni pezzo. Rattrista purtroppo pensare che l’inclemente clima tedesco non permetterà ancora per molto tempo di lasciare gli aerei all’aperto, già adesso su molti di essi si vedono gli inesorabili effetti dell’esposizione al sole, al gelo, al vento, all’umidità compromettendo le livree.
La seconda area espositiva è per fortuna al riparo, racchiusa com’è dentro ad un grosso hangar e nei locali dell’ex Palazzina Comando. Questo è, secondo me, il cuore del museo, ed infatti consiglio ai miei pards di iniziare dall’hangar.
Entriamo nella grossa struttura e ci accolgono i gioielli della Luftwaffe, di un tempo e di oggi. Tanto per citarne qualcuno, l’età pioneristica è rappresentata dal modello del dirigibile Hindenburg, dal primo monoplano da Caccia Fokker E.III, dal triplano Fokker DR.I del Barone Rosso, dal Fokker D.VII dalla impossibile mimetica a losanghe, passando per uniformi, oggetti, apparati ed equipaggiamenti. Non manca anche quella Cavalleria tipica dei primi Assi che consente l’esposizione di un Sopwith Camel ed un Avro inglesi.
Il periodo tra le due Guerre Mondiali è testimoniato dai diversi alianti che permisero la rinascita della Luftwaffe e l’addestramento di Piloti del calibro di Galland, Mölders, Graf e tanti altri. L’età d’oro è ovviamente rappresentata dall’aereo simbolo della produzione bellica germanica: il Messerschmitt Bf 109, nella versione Gustav, al quale è giustamente dedicato il centro dell’hangar. Altri testimoni di quegli anni sono il Fieseler Fi 156 Storch e l’aliante DFS 230, lo stesso tipo utilizzato per le incursioni ad Eben Emael e sul Gran Sasso.
Il relitto di un Messerschmitt Bf 108 Taifun è esposto, ma in attesa di restauro.
Interessante anche la parte motoristica con gli esemplari di DB 605 (Bf 109), BMW 801 (FW 190) e Jumo 211 (Ju 87 Stuka e Ju 88) e lo stand dedicato alle armi teleguidate come le bombe plananti Fritz X e HS 293.
Esemplari del periodo postbellico ed attuale sono un Piper Pa 18 da osservazione, un F-86E Sabre, un F-104G splendente nella sua livrea in metallo naturale ed un Tornado IDS special color dello JaBoG 34. Non manca anche un’affascinante stand dedicato agli ex nemici della DDR con un MiG-15 UTI biposto da addestramento e due MiG-21 Fishbed, uno mimetico ed uno in metallo naturale. Quest’ultimo è sezionato per esporre la struttura e gli impianti ed è pertanto davvero interessante.
Tutto ciò solo nel corpo centrale dell’hangar. Le sale contigue sono un’altrettanto notevole miniera di informazioni per gli appassionati come noi. Si parte da un fornitissimo shop con centinaia di pubblicazioni sui più disparati argomenti riguardanti la Luftwaffe, ad una sala dedicata ai motori aeronautici con gli immancabili DB 605, Jumo 001 (Me 262), BMW 003 (He 162) oltre al sempiterno J79 (F-104 e F-4), RB199 (Tornado) e RD 33 (MiG-29).
Una sala davvero particolare, e dove tenevo in particolar modo a portare i fans della Luftwaffe 46, è quella che ospita un incredibile Me 163 Komet, il primo aereo a razzo operativo della storia, con un esemplare del suo motore HWK 109, un modello del Bachem Ba 349 Natter, il motore a razzo ausiliario dell’Arado Ar 234 ed altri vari reperti.
Usciamo soddisfatti dalla prima parte della visita per dirigerci alla palazzina che ospita le sale con i reperti uniformologici ed araldici della storia della Luftwaffe, dagli albori ai giorni nostri, contemplando anche la Luftstreitkräfte der Nationale Volksarmee, l’Aeronautica della defunta Germania Orientale. Per fare ciò il percorso ci invita a passare attraverso due ali di mezzi rappresentativi delle due diverse filosofie di Difesa Aerea.
A sinistra, e non poteva essere altrimenti, ci sono i mezzi della DDR: SAM SA-3 Goa con i relativi autocarri dotati di radar di ricerca Flat Face e di guida Low Blow, secondo la terminologia NATO, ed un bel esemplare di MiG-21 Fishbed in livrea mimetica.
A destra i mezzi della Luftwaffe: il sistema Roland su relativo autocarro MAN per la difesa di punto, il MIM-23 Hawk per la difesa d’area e relativi radar di ricerca e di guida ed un RF-4E Phantom dell’AG 52, che non c’entra niente con la Difesa Aerea essendo un esemplare da ricognizione, ma rappresentativo del velivolo che per tanti anni è stato la spina dorsale della capacità di reazione tedesca, l’eccellente F-4F Phantom.
Un altro esemplare molto interessante è il famoso F-104G ZLL, Zero Length Launch, in pratica uno Starfighter montato su un potentissimo booster in grado di “spararlo” in aria lungo una rampa di lancio, senza bisogno di utilizzare una lunga e vulnerabile pista.
L’idea alla base, tipica dello scenario da Guerra Fredda, si sviluppò a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta ed era il sogno degli strateghi che avrebbero potuto disporre di forze di reazione invulnerabili alla prima ondata nemica ed in grado di sferrare l’inevitabile ritorsione nucleare. Il programma non diede particolari problemi e si dimostrò anche piuttosto efficace, ma fu soppiantato dall’avvento dell’Harrier e dei missili tattici.
Forse la definizione più calzante per il progetto ZLL fu proprio di Ed Brown, il collaudatore della Lockheed che per primo provò questo F-104, che definì l’esperienza “più divertente di qualsiasi giostra che si può trovare a Disneyland”.
E’ ora di dedicarci alla collezione presente all’esterno. Vorrei evitare di snocciolare un lungo elenco di nomi e di sigle, visto che c’è almeno un esemplare di ogni aeromobile in servizio nella Luftwaffe e nella Luftstreitkräfte dalla fine della guerra ad oggi.
C’è l’intera famiglia dei Cacciabombardieri della Serie 80 (F-84F, G, RF e F-86E e K), così come la serie di MiG-15, 17, 21, 23, 27 e Sukhoi Su-7/22. Stranamente non c’è il MiG-29 Fulcrum che pure ha prestato servizio nelle file della LSK.
Ci sono esemplari di elicotteri occidentali come i Piasecki H-21, Bell UH-1D, Bö 105 ed orientali della famiglia Mi-8/17 Hip e Mi-24/35 Hind, oppure aerei rari come l’Hansa Jet, Canberra, Nord 251 Noratlas, Fairey Gannet, OV-10 Bronco e Il-28 Beagle. Sono anche presenti alcuni aerei in dotazione alle forze aeree occidentali durante la Guerra Fredda come i britannici Seahawk, Lightning e Harrier o i francesi Ouragan e Mirage III.
Gatow è un museo che consiglio davvero di visitare a chi ha l’opportunità di passare per Berlino, anche se lo stato di abbandono in cui sono lasciati gli aeromobili all’esterno non lascia presagire nulla di buono sulla conservazione della collezione.
Si è fatta ora di pranzo e lo stomaco dei miei compari richiede un po’ di attenzione, anche se io preferirei trasferirmi direttamente al prossimo museo. Per fortuna siamo leggermente in anticipo sul programma così possiamo concederci una sosta per un “salutare” Bratwurst in Breitscheidplatz, davanti al famoso zoo di Berlino, reso celebre dall’omonimo film. Mentre i miei soci si ingozzano, riesco a fare le foto Then&Now della Kaiser Wilhelm Gedächtnis-Kirche, una chiesa famosa, testimone dei bombardamenti che la città subì durante la guerra.
La tappa successiva rappresenta uno di quegli episodi che ha caratterizzato profondamente la nostra esperienza in terra tedesca, così come la visita alla Zitadelle di Berlino o a Peenemünde. Mi sto riferendo allo Stasimuseum, il museo del temuto e odiato Ministerium für Staatssichereit, l’apparato di sicurezza della DDR ideato e diretto da Erich Mielke, che soggiogò i tedeschi orientali a quasi cinquant’anni di terrore e sospetto.
Per raggiungere il complesso della Stasi, una cittadella di diverse decine di palazzi che arrivò ad impiegare quasi 70.000 persone, dobbiamo attraversare Berlino Est, con il suo violento contrasto rispetto alla solare e colorata Berlino Ovest.
Ci viene da ridere e scherziamo sulla battuta stile Zelig che “i comunisti sono tristi”, ma doveva esserci ben poco da scherzare da queste parti. Arrivando da ovest, passiamo davanti all’alta torre televisiva di Alexanderplatz, uno dei simboli di Berlino che, nella mente dei suoi ideatori, doveva svettare sul corrotto mondo capitalista a simboleggiare la grandezza e la maestosità del paradiso comunista. Da questa imponente piazza parte un lungo viale che, nella sua parte iniziale, si chiama Karl-Marx Allee ed i suoi maestosi palazzi, colonne ornamentali e ciclpiche statue sono anch’essi a rappresentare la grandezza del sistema sovietico.
Tutto questo poteva forse impressionare qualche distratto turista o qualche “compagno” particolarmente convinto: la realtà è che, ad appena un isolato a destra e a sinistra del viale, si ergono ancora oggi grigi e lugubri palazzoni in cemento grezzo, senza balconi e con piccole finestre, veri formicai proletari per i poveri, in tutti i sensi, cittadini della DDR.
La visita allo Stasimuseum e le impressioni suscitate dalla visita a Berlino Est sono descritte nell’articolo di Alessandro, io voglio solo raccontare un piccolo aneddoto che per noi è stato divertente, ma che illustra più di mille parole cosa abbia significato in passato e quali ricordi evochi tuttora la sola menzione della parola Stasi.
Il complesso che ospitava l’apparato di Mielke è oggi utilizzato dai più svariati servizi amministrativi della città di Berlino e perfino da un ospedale. Molti dei palazzi sono soggetti ad opere di restauro ed anche il palazzo principale del museo è avvolto dai ponteggi e chiuso al pubblico. Avevo informazioni che il museo si era temporaneamente trasferito in un palazzo nei dintorni, ma orientarsi nel labirinto di palazzoni tutti uguali non è facile, anche perchè non ci sono cartelli.
Decido così di sfoggiare il mio tedesco maccheronico per chiedere informazioni.
Avvicino una signora sui 60 anni e le chiedo: “Entschuldigen Sie. Kann ich habe einen information, bitte? Wo ist der STASI Kaserne?”. La signora mi ha squadrato dalla testa ai piedi e, complice il mio taglio tattico, l’abbigliamento militare ed il piglio deciso, la poverina deve avermi scambiato per un agente di Mielke e tornata con la memoria a quei lugubri anni. Ha farfugliato qualcosa che non ho capito, ha girato sui tacchi ed è scappata!
La cosa mi ha lasciato piuttosto perplesso, così ho ritentato con il custode di un parcheggio: “Guten Tag. Einen information, bitte. Wo ist der STASI Museum?”
Stesso risultato. Il tizio mi ha risposto che era occupato e che non lo sapeva, nonostante poi scoprissimo che l’entrata del museo temporaneo fosse proprio alle sue spalle.
Questo è l’effetto della parola STASI sui berlinesi, ma lascio che sia Alessandro a raccontarne i dettagli.
Per fortuna l’evento successivo ci ha risollevato il morale e, soprattutto, ci ha riportato a Berlino Ovest, abbandonando la tristezza dell’Est. Oggi, la capitale tedesca dispone essenzialmente di due aeroporti, Tegel e Schönefeld, ma ai tempi della Germania del Terzo Reich uno solo era l’aeroporto per antonomasia: Zentralflughafen Tempelhof.
Il luogo dove sorge l’aeroporto era anticamente di proprietà dei Cavalieri Templari, da cui il nome Tempelhof, casa dei Templari. In seguito venne utilizzato come Piazza d’Armi per l’Esercito Prussiano fino alla Prima Guerra Mondiale. Nel 1909 il franco-tedesco Armand Zipfel diede la prima dimostrazione di volo, seguito da Orville Wright nello stesso anno.
Tempelhof divenne ufficialmente l’aeroporto cittadino l’8 ottobre 1923 e Lufthansa, la grande Compagnia Aerea tedesca, venne lì fondata il 6 gennaio 1926.
L’aerostazione originale, costruita nel 1927, divenne la prima al mondo ad essere collegata ad una città da una linea metropolitana. Parte del progetto dell’Architetto Albert Speer per la costruzione di Germania, la nuova maestosa capitale del nuovo ordine mondiale, un nuovo terminal a forma di aquila con le ali spiegate venne realizzato nel 1934.
Tempelhof divenne il più grande aeroporto al mondo e lo rimase per molti anni, fino all’avvento del trasporto aereo di massa ed allo sviluppo degli Hub nordamericani. Negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale, per lo scalo berlinese transitavano 52 movimenti internazionali e 40 domestici al giorno.
Caratteristica unica del “lato aria” è una lunga ed ampia tettoia semicircolare in grado di riparare aerei e passeggeri durante le operazioni di sbarco/imbarco.
Durante la guerra, nei lunghi sotterranei dell’aerostazione erano assemblati gli Junkers Ju 87 Stuka e, successivamente, i Focke Wulf FW 190, così come motori e fusoliere per altri aeroplani, ma curiosamente il Terzo Reich non utilizzò Tempelhof come aeroporto militare, salvo sporadici casi di atterraggi di emergenza di aerei della Luftwaffe.
Durante la Battaglia di Berlino, l’aeroporto fu teatro di violenti scontri tra le truppe sovietiche ed i volontari della Luftschutz e gli adolescenti della Hitlerjugend. Al termine degli scontri, i sovietici tentarono di sgomberare i cinque livelli sotterranei, ma, a causa dei molti morti causati dalle trappole esplosive lasciate dai tedeschi in ritirata, il Comando Sovietico decise di allagare i tre livelli inferiori che tuttoggi sono chiusi ed inesplorati.
In accordo al trattato di Yalta, Zentralflughafen Tempelhof-Berlin ricadeva sotto la giurisdizione americana che nel luglio 1945 vi assegnò lo 852nd Engineer Aviation Battalion per i lavori di ripristino.
L’episodio più conosciuto riguardante l’aeroporto e senza dubbio il Blocco di Berlino quando, nel 1948, le autorità sovietiche, appellandosi ad improbabili difficoltà tecniche, chiusero tutti i collegamenti terrestri e fluviali tra Berlino Ovest ed il mondo libero. L’unico accesso rimasto erano tre corridoi aerei, larghi 25 NM ciascuno, attraverso la DDR.
L’obbiettivo sovietico era costringere le Potenze Occidentali ad abbandonare i settori di loro competenza per l’impossibilità di sostenere la popolazione residente, consegnando di fatto l’intera Berlino all’occupazione orientale. Gli Alleati scelsero invece di intraprendere un ponte aereo che, per quasi 11 mesi, rifornì i 2 milioni e mezzo di abitanti in uno dei più grandi sforzi logistici della storia, costruendo perfino una seconda pista parallela per ospitare l’incremento di traffico, fino a quando i sovietici, viste svanire le loro ambizioni e su pressione dell’intera comunità internazionale, riaprirono i corridoi terrestri.
Con la caduta del Muro e la riunificazione della Germania, la presenza americana a Berlino cessò, il 7350th Air Base Group di Tempelhof fu disattivato nel 1993 e, nel corso di una cerimonia, gli Alleati Occidentali riconsegnarono la città di Berlino al governo tedesco.
Tempelhof divenne quindi lo scalo principale per l’Aviazione Generale e per i voli domestici godendo di grande favore tra i berlinesi che potevano riavere il loro aeroporto in centro città. D’altronde dall’aerostazione al cuore della città sono solo 10 min di U-Bahn.
Nel 2007, dopo una serie di ricorsi durati una decina d’anni, la Suprema Corte Federale decise per la definitiva chiusura dello scalo, così il 30 ottobre 2008 Tempelhof Flughafen cessò ufficialmente di esistere e da allora il grande spazio disponibile è stato riconvertito in parco e sede di eventi popolari. Dell’imponente ex aeroporto abbiamo potuto apprezzare la maestosità dell’architettura, la caratteristica tettoia lunga 1 km, ma soprattutto ci siamo lucidati gli occhi con le tante fanciulle che ci passavano sotto al naso facendo jogging…
L’ultimo evento della giornata è collegato al progetto di Welthauptstadt Germania (si pronuncia Ghermania, con la G dura), la maestosa capitale del Terzo Reich che avrebbe dovuto diventare esempio di forza ed eleganza al conseguimento della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. La storia la conosciamo tutti e sappiamo che non è andata a finire così (anche se ci è mancato poco, nda), ma i test strutturali per la realizzazione delle opere furono effettivamente portati a termine. Uno di questi è una parte della colonna del Triumphbogen, l’immenso Arco di Trionfo alto più di 100 m, ispirato a quello di Parigi.
Il progetto di Germania era davvero colossale e si dice che lo stesso Adolf Hitler abbia passato molte ore in contemplazione davanti al plastico chiedendo a Speer di creare delle strutture che dovevano fare impallidire le più grandi opere realizzate dall’uomo. A titolo di esempio, si consideri che la cupola della Volkshalle doveva essere 16 volte più grande di San Pietro e lo stesso Triumphbogen 7 volte l’Arc de Triomphe parigino.
Per costruire tutto ciò bisognava essere certi che il terreno soffice e paludoso su cui sorge Berlino sopportasse il peso di queste mastodontiche strutture senza cedimenti. Fu così realizzato nel 1942 lo Schwerbelastungskörper, il corpo per carichi pesanti, un colossale cilindro di cemento armato del peso di 12.650 ton, alto 32 m e del diametro di 12 m, nello stesso luogo dove si sarebbe costruito il Triumphbogen. Nel 1945, dopo tre anni dall’inizio dell’esperimento, il corpo era sprofondato di 18 cm, contro un massimo ammissibile di 6 cm. Questo dimostrò che difficilmente si sarebbe potuto costruire Germania senza un’adeguata preparazione del suolo.
Oggi il colosso, nonostante le dimensioni, è seminascosto in un giardinetto, tra alcuni alti palazzi, ma la storia che ci ha rivelato è senza dubbio affascinante.
Rientriamo in albergo piuttosto presto, così Alessandro, Daniele ed io, mai abbastanza stanchi, decidiamo di fare due passi da normali turisti lungo Friedrichstraße e l’Unter den Linden. La passeggiata è stata interessante, sicuramente per certi pezzi di MILF che abbiamo incrociato, soprattutto una in bicicletta che ci ha ispirato pensieri censurabili, ma anche perchè ho approfittato di questo diversivo per mostrare ai miei compari due vestigia del passato tedesco molto interessanti: Neue Wache e The Underground Library.
Neue Wache, o Nuova Guardia, è un complesso neoclassico del 1816, originariamente ideato come Corpo di Guardia per i Soldati del Principe di Prussia, fu trasformato nel 1931 in Mausoleo per i caduti della Prima Guerra Mondiale. Pesantemente danneggiato durante la guerra, fu trasformato dai sovietici in Memoriale delle vittime del Fascismo e del Militarismo tedesco. Riconsegnato alla Germania unita nel 1993, è tornato alla funzione originale ed ospita le spoglie del Milite Ignoto.
Dall’altra parte del viale si apre Bebelplatz, anche chiamata Operaplatz, dove il 10 maggio 1933 i Nazisti diedero fuoco a migliaia di libri. Joseph Goebbles, Ministro della Propaganda, decise che era necessario purificare il linguaggio e la letteratura tedesca così, appoggiato dagli studenti della vicina Università, ordinò di gettare in grandi pire ogni testo scritto da ebrei, comunisti, pacifisti e contrari all’ideologia del regime in genere. Tra le fiamme finirono i libri di Karl Marx, Sigmund Freud, Berthold Brecht, Thomas Mann ed Ernest Hemingway, così come gli appunti scientifici di Albert Einstein, per un totale di oltre 25.000 libri. Oggi, sotto il livello stradale, al centro della piazza, attraverso una lastra di cristallo, si può vedere una stanza bianca con bianchi scaffali vuoti alle pareti a rappresentare i libri che avrebbero potuto esserci e che invece non ci sono più.
Raggiungiamo i Kameraden lasciati in albergo per trasferirci nuovamente al Kartoffelnkeller per l’ultima cena in terra tedesca, domani sera rientreremo in Italia. Ovvio quindi che al ristorante si comincino a tracciare i primi bilanci ed a brindare alla nostra Campagna ed al Kampfgruppe.

Brandenburg, Mercoledi 20 aprile 2011
Quinto ed ultimo giorno in Germania. Il programma di oggi ci porterà nel nord del Brandenburg, il Land che circonda Berlino, per visitare un luogo particolarmente interessante, l’Aeroporto di Rechlin ed il relativo Luftfahrttechnisches Museum.
Salutiamo la capitale tedesca e le sue vestigia che tanto ci hanno insegnato sulla storia di questi luoghi e lasciamo la città in direzione nord, non senza un pizzico di nostalgia.
Il Brandenburg, un po’ come il Mecklenburg-Vorpommern che abbiamo attraversato andando a Peenemünde, è una verdissima regione ricca di boschi e di laghi. Non ci stupisce quindi trovare Rechlin Flugplatz sulle placide sponde del Müritzsee.
Questo luogo è indissolubilmente legato alla Luftwaffe, poiché sin dal 1935 il complesso a nord del villaggio di Rechlin (da non confondere con Rechlin Lärz, che tratteremo in seguito) ospitò l’Erprobungsstelle, il Centro Ricerche, ed il relativo KG 200, Kampfgeschwader 200, l’equivalente del nostro Reparto Sperimentale.
La costruzione del campo risale al 1916, ma in realtà ebbe un utilizzo molto limitato durante la Prima Guerra Mondiale. Negli anni Venti fu convertito a scalo civile e divenne ben presto il luogo dove condurre test di volo nel più stretto riserbo, visto che il Trattato di Versailles impediva alla Germania di dotarsi di un’Aviazione Militare. Probabilmente il luogo venne scelto in virtù della relativa vicinanza con Berlino, ma soprattutto per la quasi totale assenza di popolazione nei dintorni e quindi di occhi indiscreti.
Negli anni Trenta il complesso si ingrandì notevolmente con la costruzione dei due aeroporti satelliti di Roggenthin, oggi totalmente scomparso, e Lärz, utilizzato dalla Luftstreitkräfte fino al crollo del blocco sovietico e dal 1994 aperto al traffico civile.
Oltre all’attività sperimentale sui prototipi delle industrie tedesche, il KG 200 valutò la quasi totalità degli aeroplani catturati, con i quali condusse anche delle missioni clandestine oltre le linee nemiche, soprattutto sul Fronte Orientale.
Molti storici concordano sul fatto che le schede tecniche compilate a Rechlin sono i documenti più completi ed attendibili sulle caratteristiche dei velivoli testati, perfino superiori a quelli delle rispettive case costruttrici.
Quando gli Alleati compresero cosa avveniva nei tre aeroporti di Rechlin, sottoposero la zona a pesanti e costanti bombardamenti, tanto da rendere inservibili i campi di Rechlin Nord e Roggenthin. L’attività continuò fino a quando fu possibile a Lärz, l’unico aeroporto con una pista asfaltata di 2 km in grado di accogliere i jet della Luftwaffe, salvo poi fare saltare tutto prima dell’arrivo dell’Armata Rossa il 2 maggio 1945.
Durante la Guerra Fredda Lärz ospitò due Gruppi Volo sovietici, uno di Cacciabombardieri Su-22 Fitter ed uno di Elicotteri d’Attacco Mi-24 Hind.
Viste le premesse, eravamo molto speranzosi, quando ci presentammo di fronte ai cancelli del museo ed immaginavamo chissà quali meraviglie della Luftwaffe 46 potesse celare l’ex Base della DDR. Purtroppo non è stato proprio così.
La collezione, articolata su tre capannoni, è prevalentemente incentrata su reperti della VVS (Voenno-Vozdushnye Sily, l’Aviazione militare sovietica) e della Luftstreitkräfte, tra i quali spiccano un Su-22 Fitter, un MiG-21 Fishbed, un MiG-23 Flogger ed un Mi-8 Hip. Interessanti le dotazioni di bordo come tute di volo, seggiolini eiettabili, razziere, bombe e cannoni più un’infinità di apparati dall’utilizzo più svariato. In effetti, sembrava più trattarsi di un mercatino delle pulci che di un museo.
La parte più interessante, almeno per me, è stata quella contenente pezzi di Messerschmitt Me 262 Schwalbe, il primo aereo a reazione operativo della storia, diversi motori, tra cui spiccava quello del Focke Wulf FW 190, ed una discreta raccolta di uniformi, tute di volo, caschi, strumenti di navigazione e carte aeronautiche. Curiosa la pressa con cui la Junkers Flugzeugwerke realizzava la tipica lamiera ondulata caratteristica dei suoi più famosi aeroplani, rappresentati da un solitario Junkers F.13 del 1919.
Per gli appassionati di modellismo c’era una bella collezione di tutti, ma proprio tutti, gli aeromobili che sono stati testati dallo Erprobungsstelle, spaziando dai primi trabiccoli in legno e tela, agli aerorazzo e aviogetti, ad elicotteri come il Flettner Fl 282 Kolibri o il Focke Achgelis FA 223 Drache, ancora una volta i primi velivoli del genere della storia.
Un padiglione raccoglieva tutta una serie di natanti ed equipaggiamenti marini che inizialmente non capivamo perché fossero lì, salvo poi scoprire che a Rechlin, terminata la guerra, si collaudavano anche i materiali navali.
Insomma, non abbiamo visto i fantasmagorici aerei dell’apocalisse, ma un’onesta rappresentazione dell’attività che si è svolta sui tre aeroporti di Rechlin in 80 anni.
Lärz, l’unico aeroporto ancora in attività della zona, ed il relativo Luftfahrtmuseum, sono il nostro prossimo obbiettivo. Percorsi pochi km raggiungiamo la recinzione perimetrale dell’aeroporto. Il cancello è aperto, così entriamo e ci ritroviamo a procedere sulle caratteristiche vie di rullaggio di stampo sovietico: grossi piastroni dissestati di cemento con fughe di gomma consumata tra l’uno e l’altro. Le vibrazioni sono piuttosto sonore e mi immagino i Piloti di MiG che dovevano operare in queste condizioni.
Non che sia un’esperienza del tutto nuova, visto che mi è capitato più volte di atterrare su piste del genere: Mosca, San Pietroburgo, Kiev, Minsk, Tirana, ecc.
Notiamo in lontananza un Breguet Br.1150 Atlantic: il museo deve essere sicuramente lì.
Parcheggiamo, ed infatti accanto all’Antisom sono letteralmente abbandonati in mezzo all’erba alta un MiG-15 Fagot, un MiG-21UB, un PZL-104 Wilga e l’immancabile Mi-8 Hip.
Anche la palazzina che ospita il museo, l’ultima costruzione risalente al periodo del Terzo Reich, sembra che stia cadendo a pezzi ed avvicinandoci all’ingresso capiamo il perché.
Una grossa catena sbarra la porta d’ingresso ed attraverso i vetri sporchi riusciamo ad intravedere parte della collezione, che sembra interessante, ma totalmente alla rinfusa ed in pessimo stato di conservazione. Il museo sembra abbandonato e nulla di tutto ciò era riportato sul sito che avevo consultato più volte prima di partire, proprio per evitare spiacevoli sorprese come questa. Non c’è alcun cartello né avviso di lavori in corso.
Mi auguro che l’intero complesso stia per essere sottoposto a restauro, solo così si potrebbero spiegare, ad esempio, le carcasse di F-104G e G-91R accatastate una sull’altra.
Come per ripagarci per lo sforzo di essere giunti in quest’angolo sperduto della Germania Settentrionale, un boato famigliare ci fa alzare la testa: un solitario Tornado della Luftwaffe sorvola l’aeroporto, probabilmente in una bassa quota d’addestramento.
Risaliamo in macchina e, mentre costeggiamo gli Shelter che una volta ospitavano MiG e Sukhoi, la nostra attenzione è richiamata da uno sventolare di bandiere rosse e falci-e-martello, musica tecno-rap-house-punk (che accidenti ne so!) e la scritta gigante a spray Kultur Kosmos. Scheiße! Un centro sociale bolscevico in piena regola. Peccato non aver portato un lanciafiamme e qualche granata al fosforo…
Lasciamo l’area di Rechlin intorno a mezzogiorno, quindi quale modo migliore di concludere la nostra Campagna se non quello di fermarsi a mangiare un ultimo piatto tedesco? Detto, fatto. Prima di rientrare in autostrada vediamo una trattoria con il parcheggio pieno di camion, ottimo indizio sulla qualità della cucina. Ed infatti abbiamo fatto centro: una gustosa Wienerschnitzel mit Bratkartoffeln è proprio quello che ci vuole.
Nonostante la mangiata, siamo in anticipo sul programma di circa un’ora, che vogliamo sfruttare per un’ultima tappa culturale. Cartina alla mano, decidiamo di fare una visita veloce a Sachsenhausen Konzentrationslager, il campo di concentramento di Oranienburg, più o meno a metà strada tra noi e Berlin Tegel.
Grazie alla breve distanza da Berlino, Oranienburg è una cittadina a poco più di 30 km dal centro della capitale, Sachsenhausen è stato il primo campo di concentramento allestito dai nazisti, nel 1936. La posizione lo rese preminente rispetto a tutti gli altri campi, tanto da ospitare il centro amministrativo dell’intera macchina dell’olocausto e la Scuola Ufficiali della Totenkopf (testa di morto), il dipartimento speciale all’interno delle Allgemeine SS responsabile della gestione dei campi e della “soluzione finale”.
Sachsenhausen rimase ininterrottamente in funzione dal 1936 al 1945 e non era inizialmente inteso come campo di sterminio, ma come carcere per i criminali comuni e per i dissidenti politici. Le pene di morte, quando comminate, erano eseguite tramite fucilazione o impiccagione. Dopo l’invasione della Polonia cominciò ad arrivare sempre un maggior numero di Juden, così tra il 1942 ed il 1943 furono costruite le camere a gas ed i forni crematori ed il campo partecipò allo sterminio degli ebrei. Nei 9 anni di funzionamento, 200.000 persone passarono per Sachsenhausen e 30.000 furono eliminate.
Al termine della guerra, Oranienburg ricadde nella zona di occupazione sovietica ed il campo passò sotto il controllo dell’NKVD, la polizia segreta ai diretti ordini di Stalin, antesignana del KGB, che lo utilizzò fino al 1950 per detenere funzionari nazisti, dissidenti politici o coloro che erano entrati in contatto con il “decadente sistema occidentale” e non garantivano più l’assoluta fede comunista. Con il nome di Campo Speciale NKVD No 7, 60.000 persone furono internate a Sachsenhausen, compresi 6.000 Ufficiali tedeschi consegnati ai sovietici dagli Alleati occidentali. Di tutti questi, 12.500 morirono di stenti e malnutrizione, la maggior parte dei quali erano adolescenti ed anziani.
Nel 1956 il Governo della Germania Orientale dichiarò Sachsenhausen Konzentrationslager monumento nazionale, aprendolo alle visite nel 1961.
Il campo ci accoglie nel modo più lugubre possibile, con la famosa insegna sul cancello Arbeit macht Frei, il lavoro rende liberi, scritta comune a tutti i campi di concentramento.
L’area principale del complesso è un triangolo equilatero di 1 km di lato, all’interno del quale ci sono alcune delle centinaia di baracche che alloggiavano i reclusi. Non è rimasto molto delle strutture originali, ma ci sono molte fotografie e plastici che illustrano l’organizzazione del campo, oltre a qualche reperto all’interno dell’infermeria, delle cucine, dei bagni e di qualche dormitorio. Al centro dell’immenso triangolo sorge un obelisco che ricorda tutte le vittime di Sachsenhausen.
Con quest’ultima visita la nostra spedizione in Germania è ufficialmente terminata, non ci resta che tornare all’Aeroporto di Tegel, lasciare il fedele e comodo Mercedes Viano ed aspettare l’imbarco del volo Air Berlin che ci riporterà a Malpensa.
Nell’attesa che chiamino il nostro volo, ritorniamo con la memoria alle innumerevoli cose viste ed alle emozioni provate, sottolineando quel tal argomento che più ci ha colpito.
Il decollo dalla pista 09R ci permette di gettare lo sguardo una volta di più sulla Berlino che abbiamo visitato, esplorato e studiato, senza dimenticare i tanti momenti di goliardia, ingrediente essenziale delle nostre zingarate. I punti di riferimento della città, il Tiergarten, il Reichstag, la Flakturm, Alexanderplatz, ecc. sono lì per salutarci e sono certo che si tratta di un arrivederci.
Immerso nei miei pensieri, vengo ridestato da “occhi di gatto”, una splendida bionda dallo sguardo profondo e dalla bocca sensuale che mi chiede sorridente: “Etwas zu trinken?”
Ma perché anche Alitalia non assume giovani hostess tedesche? …

(articolo di Marco Tomassoni del 03.06.2011)

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