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Un Basco Nero tra gli Amaranto
Tutti conosciamo la storia della Battaglia di El Alamein, che è ricordata principalmente per essere una delle pagine più gloriose della Divisione Folgore, anche se nelle file italiane combatterono varie Unità del Regio Esercito.
Ovviamente, trattandosi di una Divisione Paracadutisti si deve parlare di un’Unità speciale, anche se, dopo la rinuncia dell’invasione di Malta, sarà impiegata come normale Fanteria terreste. Gli uomini della Folgore dimostrarono un coraggio non comune ed una coesione riconosciuta anche dal nemico, quello britannico, poco incline a concedere attestati di stima. Inferiori di numero e di armi, aiutati dai Fanti delle Divisioni Trento, Bologna, Trieste, Littorio e soprattutto della Pavia, non avrebbero ceduto terreno e respinsero uno dopo l’altro gli attacchi nemici.
Fin da quando sbarcò in Africa nel luglio del 1942 si guadagnò rispetto e ammirazione, tanto che il General Bernard Ramcke, Comandante della Fallschirmjäger Brigade tedesca, giudicò addirittura eccessivo l’ardimento dei “Folgorini” ed i loro improvvisi e ripetuti assalti all’arma bianca.
Quando mi venne presentata l’opportunità di partecipare al Progetto El Alamein ebbi la sensazione che potesse essere finalmente l’occasione di unire la passione per la storia con la ricerca sul campo. A mano a mano che cominciavo a familiarizzare con il progetto capivo che sarei stato protagonista di un evento eccezionale sotto diversi aspetti. Per prima cosa, il tutto era ufficializzato tra i due Governi interessati, quello italiano e quello egiziano, in più, la presenza di un Geologo in rappresentanza del SIGGMI (Società Italiana di Geografia e Geologia Militare), dava alla nostra spedizione un carattere scientifico davvero interessante.
Durante il mio servizio militare, nel Genio Guastatori, avevo sempre ammirato lo spirito di corpo della Folgore, uno spirito di corpo che viene dalla consapevolezza di far parte di un Reparto con una grande tradizione guerriera forgiata sui campi di battaglia. Il fatto di dividere questa avventura con degli ex Parà mi ha permesso di provare questo loro cameratesco senso di fratellanza, coinvolgendomi in ogni attività, ed arrivando addirittura a commuovermi al Sacrario quando, schierati per rendere omaggio ai caduti, si sono levati verso il cielo tre roboanti “FOLGORE!” carichi di significato, con un’intensità difficile da descrivere.
Partiti dall’aeroporto di Malpensa praticamente da sconosciuti, siamo tornati come un gruppo affiatato e unito, superando piccole difficoltà con decisione ed un pizzico d’ironia. Se una manciata di giorni passati nel deserto hanno sortito questo effetto, si può ben capire perché spesso si parli di “Fratelli in Armi”, riferendosi ai Soldati in battaglia.
Il deserto trasmette una strana sensazione. Spesso mi sono ritrovato a valutare le distanze sbagliando clamorosamente: oggetti ritenuti vicini erano invece lontani ed oggetti ritenuti lontani erano vicini. Anche orientarsi si è rivelato più arduo del previsto e più di una volta ho preso direzioni sbagliate costringendomi a continui cambi di rotta. Provo grande ammirazione per quei ragazzi di quasi settant’anni anni fa: per loro sapersi orientare poteva fare la differenza tra la vita e la morte, sia di giorno che di notte.
Anche la notte nel deserto è unica, senza luci se non un tetto di stelle che invitano l’osservatore a porsi mille domande immerse in mille pensieri, pensando alla famiglia lontana, alla casa, ai verdi campi o alle vette innevate, ai laghi, ai fiumi ed a tutte quelle cose che un ragazzo di vent’anni è naturale che pensi e invece… invece, il caldo, la mancanza di un semplice bicchiere d’acqua fresca o di un comodo letto rendevano la vita difficile se non insopportabile, ma tutto questo non traspare dalle fotografie dell’epoca. Se si osservano delle foto, si notano dei soldati con le divise di panno (a proposito, bella trovata dotare i nostri soldati nel deserto di calde divise di panno con le famigerate fasce mollettiere…), che sorridono, indaffarati o in posa, con le armi o con le vanghe per scavare ripari e postazioni.
In tutto questo c’era il nemico. Ragazzi come loro che soffrivano i disagi (un po’ meno), la sete (molto meno) e la mancanza di cibo (per niente) e che, come loro, imbracciavano le armi, con la differenza che ne avevano molte di più e di qualità superiore e che, a fronte delle perdite subite, potevano contare su reintegri continui. Per il nemico la retrovia significava Alessandria o Il Cairo, con gli agi che città rifornite da una logistica efficiente, potevano offrire. Per i nostri la retrovia era spesso altro deserto, magari un po’ meno vicino al Fronte, ma sempre deserto rimaneva, anche se magari con la possibilità di farsi una doccia e un pasto decente.
Durante il ripristino di una postazione, una delle tante che si trovano nel deserto, ci siamo imbattuti in cocci particolari che si sono rivelati poi essere delle bottigliette di vetro inglesi.
Quello che mi colpì fu un’iscrizione alla base di una di queste bottiglie: “lemfortea”, lemon for tea. La logistica inglese, oltre alle armi, le munizioni e il carburante per i mezzi, poteva permettersi il lusso di sprecare benzina per portare ai soldati il limone per il loro tè, mentre per i nostri c’era l’acqua salmastra delle oasi. Quando c’era!
Ogni mattina, al nostro risveglio, inquadrati sotto la nostra bandiera, si cantava l’Inno d’Italia “senza se e senza ma”, consapevoli delle difficoltà che il nostro Paese sta affrontando, in quei luoghi che videro tanta sofferenza ma anche tanto eroismo. Sono orgoglioso di aver contribuito a far sì che il sacrificio di tanti giovani Italiani non sia dimenticato. Io, col mio Basco Nero, in mezzo a quelli Amaranto portatori delle tradizioni di uno dei Corpi più gloriosi delle nostre Forze Armate. In quattro giorni mi sono sentito come in famiglia, la grande famiglia dei Parà della FOLGORE!
(articolo di Daniele Giombelli del 23.10.2011)